Quanto odio le cerimonie degli addii, quasi più del parlare dei miei problemi… Ogni volta che in vita mia ho avuto casini mi sono rifugiato in un eremo o comunque mi sono inventato una solitudine per disinnescare l’arma che in mano mia temo più di ogni altra: quella che infligge i miei dolori al resto dell’umanità. Quindi se scrivo qui della morte di mio padre, lo faccio solo perché questo blog è un posto in cui lui, classe 1935 mica un millennial, ha vissuto quasi più di me: in quanto genitore dell’autore, in quanto fonte di ispirazione la maggior parte delle volte involontaria, in quanto commentatore (ebbene sì, lui a 80 anni e passa si era inventato un nickname), in quanto lettore bulimico, in quanto primo motore immobile (immobile, mica tanto) in alcune avventure al limite del narrabile, in quanto genio burlone per tutto ciò che dio gli mandava a tiro di considerazione.

Perché è stato un padre complicato e divertente, e ancora oggi non ricordo mai una serata noiosa con lui (tutto compreso). Il mio papà è stato muro da abbattere quando ero adolescente e uragano di complicità nell’età matura, avversario politico nella nostra politica da tinello e compagno di viaggi indimenticabili, figura ben lontana dal cliché del padre integerrimo, e implacabile censore di cretini. Per una certa quota di tempo fui per lui il figlio che si apprestava a deluderlo (mi voleva medico, ma ero troppo cazzone per certe cose), poi all’improvviso scoprì la gioia di lasciarsi sorprendere da uno come me. Forse capì che la mia cazzonaggine non era esattamente un difetto (ma manco un vantaggio, eh), bensì un’indole: e si convinse che se anche avessi fatto il giornalista alla fine non sarebbe stata una tragedia. Tre persone contarono per questo giro di boa, per lui e per me: Maria Cefalù, la prima regista Rai che mi accolse sotto la sua ala che avevo 19 anni, Peppino Sottile, il primo giornalista che mi diede occasione di dimostrare che conoscevo la differenza tra un tema e un articolo, e Salvo Licata, il primo intellettuale che mi insegnò l’arte della narrazione tra preti e puttane, tra ultimi e finti primi. Mio papà si fidò ciecamente di loro per evitare di fidarsi ciecamente di me: e aveva ragione.

Un giorno gli comunicai che non doveva più lasciarmi la banconota sul comodino, la mattina. “E perché mai?” mi chiese sorpreso. “Perché da domani mi pagheranno per scrivere”. Da allora mise in moto la macchina della curiosità che sino a quel giorno aveva dedicato ad altra roba e cominciò a leggere tutto quello che scrivevo, cominciò a interrogarmi su ciò che avevo in mente di raccontare, cominciò a osservare i miei competitor, a studiare il mio mondo professionale. Ogni tanto, quando lavoravo al Giornale di Sicilia, passava la sera e faceva il giro dei tavoli per salutare tutti i miei colleghi: era quasi più conosciuto di me, di certo era più benvoluto.

Amava i romanzi e la storia, Churchill e gli antichi egizi, il mare e la buona cucina, la politica e il Negroni. Era nato di sinistra e per uno strano scherzo del destino era deragliato nel berlusconismo: certe cene tra noi iniziavano come Porta a Porta e finivano come The Purge. Un giorno, dopo un paio di decenni di scontri all’arma bianca sulla politica italiana, seminammo tutti e finimmo a cena da soli, io e lui. Bevemmo un Amarone spettacolare e ci confessammo l’inconfessabile: che a lui Berlusconi come statista faceva cagare e che a me piaceva Renzi (che con Berlusconi aveva più di una sovrapposizione). Ci dicemmo anche altro, soprattutto in tema di donne. Lui, mai insensibile al fascino femminile, mi spiegò perché alcune mie ex non le digeriva e altre sorprendentemente gli mancavano anche un po’. Le giudicava col suo metro, non importava che aspetto avessero o se mi trattassero più o meno bene (riteneva che l’amore avesse qualche analogia con la politica, o lo si fa o lo si subisce): le pesava sul tema della curiosità, nulla era più imperdonabile secondo lui di una persona senza interessi, senza il desiderio di sapere, di esplorare.

E poi i viaggi. Era perennemente alla ricerca di una nuova meta. Lui e mia madre avevano girato il mondo durante i sessant’anni passati insieme e per ogni paese avevano un aneddoto, una avventura, un contrattempo esilarante: i documenti perduti a Londra con un tam tam che aveva rotto i coglioni persino alla Farnesina, lo scippo a New York con lui che bloccava il bandito e mia madre knock-out per una sberla di fuoco amico, il vassoio di formaggi scippato al cameriere durante la crociera sui fiordi, e poi risate, cibi strani, nuovi amici.  

Non si arrendeva al progresso, anzi si lasciava affascinare. Col suo iPad spiava il mondo, si iscriveva a newsletter, studiava, guardava partite, film, leggeva giornali. Eppure non era in grado di farsi un caffè o di mettere su l’acqua per cuocere la pasta. Forse era pigrizia, o forse riteneva che ci fosse poco da incuriosirsi in una capsula di Nespresso.

Inventò l’arte del bacio e dell’abbraccio ben prima di Totò Cuffaro, solo che non ne fece mai uno strumento di consenso elettorale. La cosa che gli pesava di più di questo periodo di distanziamento asociale era proprio la distanza: lui, che abbracciava per ispirazione (cioè che sentiva a pelle chi avrebbe dovuto tenere più vicino e chi no) era costretto a salutare con un cenno del capo o con un gesto distaccato. Si sentiva a dieta negli affetti. E lui odiava tutti i tipi di diete.

Se n’è andato da solo, in un letto di ospedale e per di più a stomaco vuoto.
Però a quest’ora lassù sarà ben sintonizzato su questo blog, avrà letto i miei post sui social e avrà commentato col suo nickname più memorabile, D’Artagnan.
Adesso sarà il momento di capire come si fa un caffè.