Questo post è diviso in due parti. La prima dovreste conoscerla abbastanza bene, ma è giusto ricordarla.
Don Pino Puglisi era un prete semplice che viveva in un quartiere complicato: a Brancaccio, a Palermo. Parlava con la gente, si opponeva con dolcezza alle prepotenze, toglieva i ragazzi dalla strada per evitare che finissero arruolati dalla più grande e importante azienda illegale del mondo che in quelle contrade aveva il suo quartier generale.
Era un prete che faceva il prete: spiegava ai giovani che i mafiosi non sono eroi, ma semplici persone che sbagliano. Dava a quelle nuove generazioni una lezione fondamentale, quasi rivoluzionaria: si può ottenere il rispetto senza essere criminali. Quindi per la mafia quel prete era un pericolo, perché attentava alla credibilità dei boss.
Fu per questo che esattamente ventisette anni fa, il 15 settembre 1993, proprio nel giorno del suo 56° compleanno, Cosa Nostra decise di ucciderlo.
Due killer lo attesero sotto casa. Uno dei due lo chiamò per nome: “Don Pino…”.
Lui si girò e senza nemmeno vedere la pistola disse: “Me lo aspettavo”.
Poi sorrise.
Sorrise mentre l’altro killer gli sparava alla nuca.
Poco tempo dopo entrambi gli assassini, folgorati dall’immagine di questo prete piccolo di statura e immenso nella fede, decisero di consegnarsi alla giustizia. E, ammettendo le loro colpe, fecero arrestare i mandanti del delitto.
Molti anni dopo, don Pino, primo martire della Chiesa ucciso dalla mafia, è stato proclamato beato. 


La seconda parte si basa su un paio di interrogativi.

Ancora oggi e chissà per quanto tempo ancora, tutti noi ci domandiamo: quanto pesa la nostra coscienza? Esiste davvero? In questo senso la storia di questo prete serve per mettere a nudo la coscienza di chi lo volle morto. Esiste davvero una capacità di giudicare in modo indipendente e di essere motivati da verità morali oppure tutto rimanda a una disposizione istintiva – ripeto istintiva – a conformarsi alle convenzioni sociali e soprattutto alle esigenze del più forte?
Attenzione, vi sfido. Quasi tutti i comportamenti apparentemente etici possono essere spiegati da una sorta di conformismo. Ad esempio è possibile che la maggior parte delle persone non rubi, non uccida, non stupri semplicemente perché si tratta di comportamenti contrari alle convenzioni della nostra società e agli ordini di chi ci governa. Ma questo non implica una vera coscienza. Gli assassini di Don Pino, ad esempio, hanno seguito gli ordini e le convenzioni del loro sistema aberrante di governo.
Nel 1961 lo psicologo statunitense Stanley Milgram condusse una serie di esperimenti sull’obbedienza e dimostrò che due persone su tre sono disposte a colpire con una scarica elettrica un innocente se a ordinarglielo è un uomo in camice bianco.
La storia ci insegna che un numero enorme di persone può essere indotto a partecipare a un genocidio dal proprio governo. E, nel nostro piccolo, che una convenzione oltraggiosamente brutta come quella di un’organizzazione criminale può spegnere le coscienze e accendere i roghi della violenza. Chi volle morto don Pino Puglisi non previde la sua reazione di non allineato, di uno che aveva una vera coscienza, semplice e dritta come il suo percorso nel mondo. Di una vittima che smontò l’effetto grottescamente scenico di un agguato mortale con la più immortale delle armi: un sorriso.