L‘articolo pubblicato su Il Foglio.

Si sa che il buio costringe ad aprire gli occhi, ma ci voleva davvero una pandemia per scoprire l’utilità dello streaming per tenere i cervelli connessi? Stando alle parole del ministro Dario Franceschini, che in pieno lockdown ha sparato l’idea della creazione di una “Netflix della Cultura”, sì. Stando alle carenze strutturali di un Paese che crede nell’innovazione tecnologica solo quando ha le pezze al culo e rischia di dover tornare ai telefoni a disco per ristabilire le comunicazioni, no: bisognava muoversi molto prima perché le idee partorite in piena emergenza sono a grande rischio di fallimento.

Il rapporto tra web e cultura in Italia risente di quelle stesse resistenze ideologiche che portarono il filosofo John Haugeland a gelare – sin dagli anni ’80 – le aspettative sull’intelligenza artificiale. “Ai computer non gliene frega niente” scrisse sulla distinzione tra la capacità di calcolo e quella di giudizio: laddove il calcolo è inteso nel suo senso etimologico originale, cioè il saper svolgere operazioni aritmetiche, e il giudizio è un impegno più complesso che richiede il coinvolgimento dell’intero sistema verso il mondo esterno. Oggi lo streaming è visto come uscita di sicurezza, come ultima spiaggia, e raramente come strumento utile anche in tempi di pace. È la stessa posizione di pregiudizio che, ben prima del Coronavirus, ha portato il mercato editoriale italiano fuori asse rispetto alle potenzialità del web.

L’errore fondamentale è tradurre tutto in una mera guerra di supporti: carta contro internet, analogico contro digitale, pagine contro byte. Soprattutto nel mondo della cultura, e nel mercato a essa connesso, dovrebbe essere chiara da tempo la diversa vocazione dei mezzi. Prendiamo l’opera lirica, uno degli spettacoli più complessi. È ben noto ad appassionati e addetti ai lavori che, a differenza di altre attività – come una partita di calcio, una serata di cabaret o persino un concerto rock – l’ambito, cioè il luogo nell’opera, conta in modo determinante sul godimento da parte dello spettatore. Il teatro come struttura fisica in questo caso è infatti parte integrante della forma di narrazione, con la sua acustica, con la sua architettura, e nessun surrogato potrà mai sostituirlo. Il web dal canto suo sollecita una componente voyeuristica che stimola altri sensi. Ripeto altri sensi, quindi non è in alcun modo un concorrente diretto. Applicando questi codici si può dimostrare, ad esempio, che generalmente la diretta streaming di un’opera non cannibalizza biglietti d’ingresso giacché non può essere inquadrata come qualcosa che sostituisce lo spettacolo dal vivo, ma al contrario assolve una funzione determinante, da manuale di marketing: crea desiderio.                

Pagare o non pagare, questo è il dilemma: lo streaming gratuito è sbagliato? Qui è questione di strategie. Innanzitutto va detto che c’è gratis e gratis. Una cosa è il non farsi pagare, un’altra è il non essere pagato. È la differenza che passa tra il dono e il furto: perché chi vuole da te una prestazione o un manufatto pretendendo di non pagare, è un mezzo ladro.

Però giudicare sbagliato lo streaming gratuito, stroncandolo senza appello, è come dare dello scemo al tale che raccoglie l’uva e, anziché mangiarsela, la mette in un tino e la pesta. Questione di prospettive. In Italia gran parte delle polemiche su questo tema vertono più sulla questione di principio (non è giusto lavorare gratis) che sulla strategia imprenditoriale (non guadagno oggi perché penso di guadagnare di più domani). Scegliere un’economia di posizione, ad esempio pasturare una fetta di pubblico ben selezionata con proposte gratuite, potrebbe rivelarsi utile soprattutto alla luce dei cali di presenze registrati dalla Siae (dati 2017-2018): meno 18,72 per cento nell’attività teatrale totale; meno 46,16 per cento nella concertistica.

“Lo streaming uccide l’arte”: è un’argomentazione riempipista. Al pari di: leggere su carta è un’altra cosa; il teatro è teatro, il web è web; si stava meglio quando si stava peggio. Lo streaming e il web non hanno mai assassinato nessuno, lo hanno fatto gli imprudenti nelle grinfie dei quali certi strumenti sono finiti e soprattutto lo ha fatto l’ignoranza, ergo l’endemica mancanza di conoscenza. Rassegniamoci: persino un libro nelle mani sbagliate può diventare un oggetto contundente. In questo campo ci sono molte varianti che raccontano dell’analfabetismo digitale italiano: il web ammazza i giornali, il web ammazza il commercio, il web ammazza le famiglie e via assassinando. In ogni forma di progresso c’è un lato oscuro, persino nei vaccini salvavita ci sono le controindicazioni. E poi diciamolo fuori dai denti: oggi, nell’anno di disgrazia 2020, lo streaming può essere la salvezza di un’arte confinata in un gigantesco sanatorio. Non sappiamo ancora se il mondo finirà per un Grande Starnuto ma, nell’attesa che i teatri tornino ad essere luoghi di cultura e non più raduni di potenziali appestati, bisogna accettare che il rapporto tra arte e web può essere cambiato: da convivenza a integrazione.

Non la pensa così la regista Emma Dante, che in piena emergenza Covid, ha spiegato su Facebook la sua linea di (non) azione: “Non farò teatro sul web o utilizzando chissà quali tecnologie pazzesche: il mio teatro non diventerà mai virtuale, è più facile semmai che mi ritroverò a fare teatro con soli due spettatori. Ribadisco, se questo deve diventare il teatro, allora meglio aspettare. Ma l’attesa non deve essere un privilegio di pochi, il tempo della ricerca non può essere il lusso di chi può permetterselo. I lavoratori dello spettacolo devono essere messi nelle condizioni di poterlo fare. Devono essere tutelati”. E sull’idea del ministro della Cultura di una piattaforma online per rilanciare il settore in crisi: “Mi dispiace che dal ministro arrivino proposte del genere e che non ci sia, invece, un dibattito serio su questi temi, sulla cultura, proprio adesso che il Paese ne ha grande bisogno”.

Da convivenza a integrazione, dicevamo. Un esempio lo fornisce il Teatro Massimo di Palermo che, per la sua riapertura in epoca di distanziamento sociale, ha scelto di ridisegnare lo spazio scenico abolendo la platea. E lo ha fatto affidandosi a un regista come Roberto Andò che conosce i codici del cinema, dell’opera e del romanzo e che ha immaginato uno spazio nuovo: a misura di spettatore, ovunque lo spettatore sia, in teatro o a casa.

Fuori dall’emergenza Covid, ma dentro il dibattito sul purismo dell’arte, il capofila della crociata contro lo streaming  è stato Steven Spielberg, che conduce da tempo una battaglia contro Netflix. “Mi auguro che tutti noi continueremo a credere che il principale contributo che possiamo fornire da registi è offrire al pubblico un’esperienza cinematografica” ha dichiarato nel discorso di ringraziamento per il Filmmaker Award tributatogli lo scorso anno dalla Cinema Audio Society a Los Angeles. “Credo fermamente che le sale cinematografiche continueranno a esistere per sempre. Amo la televisione, amo le possibilità che offre. Alcuni dei più grandi lavori di scrittura sono stati fatti per la televisione, oggi alcune delle migliori performance sono in tv. Il suono nelle case è migliore di quanto sia mai stato, ma niente può sostituire un cinema buio con persone che non hai mai incontrato prima con cui condividere l’esperienza”.

Quella di Spielberg è però una crociata per l’ortodossia del godimento del cinefilo, contro l’inscatolamento dei contenuti dal grande al piccolo schermo, alta nel suo simbolismo artistico ma stratosfericamente distante dai problemi di casa nostra. Dove spesso si ragiona per slogan. Uno di questi è: il web ci toglie lo stipendio. Vero se, come detto, lo strumento viene usato come panacea. Falso se si guarda la realtà senza pregiudizi. Di solito questa argomentazione minuscola viene usata perlopiù da un (purtroppo) maiuscolo sindacale spalmato su tutti i settori produttivi. Invece è bene ricordarlo. Ci sono categorie di lavoratori che durante il lockdown, in svariati campi, hanno vissuto solo grazie alla contestata evanescenza del web, e non ci si può arroccare in tecnicismi quando si tratta di sopravvivenza. Osteggiare per principio internet è la cosa più pericolosa che si possa fare. Studiarlo con umiltà sarebbe un dovere, come frequentare un corso estivo per ripetenti.  

Alla luce di tutto questo proviamo a rileggere la proposta della “Netflix della Cultura” lanciata da Franceschini. In un Paese che per aumentare la sua alfabetizzazione digitale ha avuto bisogno di una pandemia – basti pensare all’esplosione dello smartworking e del telelavoro, per non parlare dello choc collettivo della didattica digitale con insegnanti che non distinguevano un computer da una caffettiera costretti a prendere lezioni di chat dai loro alunni – non serve creare nuovi portali nel deserto. Basterebbe usare i mezzi che ci sono: le reti Rai ad esempio, che hanno una ramificazione territoriale e una dotazione tecnologica ben rodata. E soprattutto tenere d’occhio i grandi cambiamenti del web che in questo momento è di fatto nelle mani di quattro grandi aziende private statunitensi (Google, Facebook, Apple e Amazon). La Cina si è fatta avanti per imporre un nuovo modello di protocollo internet centralizzato che, di fatto toglie il pallino dalle mani dei privati e lo dà ai governi: una sorta di brace dopo la padella insomma. Il Financial Times ha visto in anteprima il progetto presentato nel settembre scorso agli uffici dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni a Ginevra, un’agenzia dell’Onu che definisce gli standard mondiali per le tecnologie, dalla squadra cinese che si compone essenzialmente di ingegneri in forza al colosso Huawei. E lo ha descritto come una “architettura calata dall’alto” che nelle intenzioni dei creatori dovrebbe favorire progetti di condivisione tra governi “per metterli al servizio dell’intelligenza artificiale, della raccolta dati e di ogni altro tipo di applicazione”. In pratica è più di una larvata ipotesi che con questo nuovo tipo di Rete i fornitori di accesso a internet sarebbero generalmente di proprietà statale e avrebbero il controllo totale di tutti i dispositivi collegati. Insomma, con questi chiari di luna quando si accoppiano le parole “internet” e “cultura” bisogna stare molto attenti giacché si maneggia un materiale come la conoscenza che ha valore in quanto trasmissibile, cioè soggetto a scambio, a movimento. Se c’è una cosa che il lockdown ci ha insegnato è che da una difficoltà si esce solo con un cambiamento, e che non c’è tempo per perdere tempo. Il Darwinismo applicato agli enti culturali, come teoria di sopravvivenza dei più forti e soprattutto adattabili, può risultare crudele ma appare come una strada obbligata.