Siamo a una fine che è inizio. E quando una fine e un inizio coincidono forse si è autorizzati a fare un bilancio. Il mio sarà breve.

Lockdown è una parola che all’inizio mi sembrava il titolo di un film di Ridley Scott, invece era un enorme cancello su un luogo pubblico: un catenaccio fisico a tutte le nostre libertà, un black-out della socialità mondiale. Siccome sono uno fortunato, la natura mi ha donato l’indipendenza e la lucidità necessarie per goderne senza sprecarle. Ecco, in questi mesi ho imparato ad apprezzarmi un po’ di più. Non mi sono lasciato andare (avrò preso un chiletto, dai), non mi sono annoiato mai. Perché ho frequentato il bar di casa mia, il ristorante di casa mia, l’albergo di casa mia, la palestra di casa mia, il cinema di casa mia, il teatro di casa mia, la libreria di casa mia, persino il centro benessere di casa mia. Tutti luoghi che ho usato come rifugio e come approdo, luoghi in cui avendo tanto tempo a disposizione ho persino potuto scegliere cosa non fare.
Ho letto meno di quanto avrei voluto perché la lettura è un atto anarchico che non può risentire di contingenze stringenti come quella di un virus dittatore. È come se qualcuno vi dicesse: forza leggete, pronti… via!

Ho fatto molte cose belle, interessanti nella loro ordinarietà privata. Mi sono riappropriato delle ore del giorno: ora so bene qual è la differenza tra le 15 e le 16, mentre prima per me erano solo uno spazio indefinito tra una riunione e l’altra (sono invecchiato tra giornali, teatro e varie con appuntamenti tutti tra le 15 e le 16). Ho dormito molto, anche più di dieci ore al giorno, e mi sono svegliato felice così come mi ero addormentato. Ho assaggiato vini sconosciuti e impastato farine conosciute, perché col vino e col cibo si conoscono il mondo e le persone. E io dal chiuso di casa mia ho esplorato lande che mi erano sconosciute: in un lievito c’è più groove che al Papeete pre-virus.

Insomma non dico che questo lockdown mi mancherà, ma che se fosse stato un film, di certo avrebbe avuto un finale di quelli che non sai se ridere o piangere, come la nostalgia per quella foto in cui “sorridevi e non guardavi”. Qualcosa che è scivolato via non senza grumi, lasciandoti felice per esserti ritrovato felicemente imperfetto.
La felicità in fondo è un’asimmetria.