Sto scrivendo una cosa che riguarda l’altro. Proprio l’altro, il diverso da noi, il vicino che ci spia o lo sconosciuto che ci ignora da lontano. Ma anche l’altro inteso come altra parte di noi stessi, quella che guardiamo allo specchio e che ci illudiamo di conoscere.

Un passaggio fondamentale per occuparsi dell’altro (in questo contesto non considereremo l’altruismo che è una virtù e non un’entità) è la capacità di saper stabilire un perimetro all’interno del quale i ragionamenti hanno un’unica cittadinanza. Questo è il perimetro della libertà certificata, cioè quella che va oltre il “faccioilcazzochemipare”.  
In tempi di Coronavirus il mondo nel quale cercare e trovare un altro da osservare, additare persino ignorare (ma con gusto), è quello del web. E per capire di cosa stiamo parlando è utile tornare al 1996 e alle seguenti 26 parole: “Nessun fornitore o utilizzatore di un servizio interattivo telematico sarà trattato come un editore o un portavoce delle informazioni prodotte da un altro fornitore di contenuto”. È un passaggio fondamentale (eppure sconosciuto al 99,9 per cento dei fruitori di internet) contenuto nella sezione 230 del Communications decency act approvato dal Congresso americano, sotto la presidenza di Bill Clinton. In pratica con quel provvedimento si evitava che i primi provider, tipo Prodigy e CompuServe, fossero responsabili di ciò che si scriveva negli spazi primordiali di interazione (chatroom, bulletin board, newsletter). Il concetto cardine fu quello di considerarli come intermediari, come mezzi di trasmissione e non come editori: alla stregua di una libreria o una di biblioteca che ospitano tutti i libri che vogliono e/o possono.

Ecco, il nostro concetto di libertà, fondamentale per indagare l’altro senza incorrere in sanzioni o in errori di prospettiva, dipende almeno nell’era moderna soprattutto da quelle 26 parole. Perché più di altre legislazioni al mondo, la sezione 230 degli Usa ha protetto la libertà nel web e l’ha veicolata nei mille rivoli delle sue stesse contraddizioni: la diffusione dell’odio online, l’impossibile differenza tra provocazione e offesa, la tomba del diritto d’autore, l’agonia dei giornali, la nascita di nuove forme di violenza. Tutte sviluppatesi al riparo di un provvedimento che doveva garantire la forma più ampia di democrazia, quella orizzontale, e che invece oggi rischia di elargire impunità a chi manco sa cosa sta maneggiando. Perché l’attenzione verso l’altro risente degli strumenti che servono ad accorciare la distanza: un cannocchiale, un libro, un pensiero trasversale, un account di Facebook, o una pistola.