Inebriante. Stasera ho avuto modo di parlare di futuro.
Che detta così sa di sfigato o di innovatore for dummies (tipo studente o professore della facoltà più affollata nell’università del web, dopo quella degli scienziati).
Invece il tema di ciò di cui ancora non sappiamo che tema avrà è, al di là dell’onanismo sillogistico, una bella prova di lucidità.
Usualmente, da Leopardi ai giorni nostri, futuro e ottimismo non vanno a braccetto, manco dopo estenuanti presentazioni. Persino Berlusconi (un mio indimenticabile cliente), il più grande spacciatore di ottimismo farlocco dopo Wanna Marchi, non osò mai tanto: aveva promesso di sconfiggere il cancro per decreto (cazzo il cancro, mica la famosa disoccupazione del milione e passa posti di lavoro), oggi sta su uno strapuntino di opposizione a inseguire il colpevole di turno, la Cina, la Merkel “culona”, lo Stato di cui è stato vena tranciata.
Il futuro è una cosa seria. È dei puri, anzi dei vergini (quindi io vado in coda).
Il futuro è di chi ha il coraggio di muoversi senza il fardello di un Dio che impone passaggi ingiusti, salvo scoprire che l’autostrada per la felicità origina da una strettoia.
Il futuro è in chi non nasconde il naso da Pinocchio se scommette urbi et orbi su un bene ipotecato, ma sa usare quel naso come una maschera per divertire, intrattenere.
Il futuro è in chi sa che il primo DPCM che ci ha cambiato la vita non è quello di Giuseppe Conte, ma quello di un tale che qualche millennio fa disse e fece scrivere: Io sono il Signore Dio tuo (Benigni ne racconta le gesta in modo memorabile).
Il futuro è nell’azzeramento della distanza tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo: una rivoluzione da tinello, una telefonata cruciale in più fottendosene del protocollo, un ruolo da protagonisti in un gioco che non abbiamo mai avuto il coraggio di praticare, un no di prima mattina o un a notte fonda dopo una giornata di epocale struggimento. Qualcosa che nessuno ha mai fatto e che noi possiamo fare, senza paura, inebriandoci del solo mantra che chissà perché ci siamo negati, presi come eravamo da un presente fallace: niente ritorna, tranne ciò che deve ancora arrivare.
Godere sempre, please.