Abituarsi. Abituarsi significa che un arcobaleno che dura più di dieci minuti diventa un panorama noioso. O che il traguardo faticosamente tagliato si trasforma in uno sbadiglio non appena sul campo di gara cala il sole. Personalmente ho sempre combattuto l’abitudine in due modi.

Uno sbagliato, l’altro giusto.

Del primo ho pagato conti salatissimi, scommettendo su cavalli che erano brocchi con una pervicacia da stupido seriale. Appena mi ritrovavo quieto per più del dovuto (e il dovuto era una quota di tempo e modi senza una logica che andasse oltre il mio orizzonte domestico) credevo di dover evadere per decreto. Spesso manco me ne rendevo conto: abitudine, diversivo, soddisfazione, punto. Ero una specie di stalker della serenità. Ci ho lavorato su, e non da solo. Saper chiedere aiuto è una forma sublime di indipendenza.

Del secondo, quello giusto, ho faticato a trovare i vantaggi. Perché ribellarsi all’abitudine è il modo migliore per scegliere consapevolmente il sentiero sbagliato. Innanzitutto per questione di comodità, giacché il rito, il mantra della consuetudine è nicchia, tana, falsa sicurezza. Il lavoro mi ha aiutato, poi c’è stata la fortuna. Essere folli e coraggiosi e affamati è facilissimo quando hai un’industria miliardaria che pende dalle tue paturnie. Esserlo quando non sai come sbarcare il lunario, quando la scopertura del tuo conto in banca si misura in ettari e quando l’ultimo amico che ti è rimasto ti presenta con orgoglio la sua segreteria telefonica, è meno semplice.
Però basta abituarsi a non rinnegare se stessi. A farsi compagnia. A essere corpo della propria anima sempre e comunque, qualunque cosa accada. Diceva il poeta: “Senza corpo l’anima si vergogna, come un corpo svestito”.