C’è un tema in questi giorni che, come molte urgenze improvvisate in Italia, sta prendendo campo sui giornali (che notoriamente non sono i primi ad alzare le antenne su robe tecnologiche). Il tema è quello dello streaming degli spettacoli.

Apro parentesi. Me ne occupo da tempo per una grande istituzione culturale italiana e non sono immune da errori di valutazione però sin qui anche la scommessa più ardita è stata vinta e non per merito mio ovviamente ma per una congiuntura favorevole, mettiamola così. Chiusa parentesi. Dal momento che l’argomento è sterminato almeno quanto le carenze strutturali di un Paese che crede nell’innovazione tecnologica solo quando ha le pezze al culo e rischia di dover tornare ai telefoni a disco per ristabilire le comunicazioni, procedo per brevi capitoli.

Lo streaming gratuito è sbagliato. Argomentazione facile da condividere, se non esistesse il concetto di strategia. Da sempre conduco una battaglia solitaria contro il gratis e come (quasi) tutti campo del mio lavoro: quindi per vivere devo essere pagato. Però giudicare sbagliato lo streaming gratuito dal nulla è come dare dello scemo al tale che raccoglie l’uva e anziché mangiarsela la pesta e la mette in un tino. Questione di prospettive. Ho letto di un artista che orgogliosamente si fa pagare i concerti in streaming. Sacrosanto. Dichiara 160 spettatori a tre euro per quattro spettacoli e lo giudica un successo. Che farà quando sarà finito l’effetto sorpresa e, ancora peggio, l’apporto di amici e parenti? In realtà, crociate domestiche a parte, la questione dello streaming a pagamento è oggetto di strategie imprenditoriali un po’ più ampie di una questione di principio. Del resto col principio non si è mai fatto botteghino.

Lo streaming uccide l’arte. Anche questa è un’argomentazione riempipista. Al pari di: leggere su carta è un’altra cosa; il teatro è teatro, il web è web; si stava meglio quando si stava peggio. Lo streaming e il web non hanno mai assassinato nessuno, lo hanno fatto gli imprudenti nelle grinfie dei quali certi strumenti sono finiti e soprattutto lo ha fatto l’ignoranza, ergo l’endemica mancanza di conoscenza. Persino un libro nelle mani sbagliate può diventare un oggetto contundente. In quest’ambito ci sono molte varianti che raccontano dell’analfabetismo digitale italiano: il web ammazza i giornali, il web ammazza il commercio, il web ammazza le famiglie e via assassinando. In ogni forma di progresso c’è un lato oscuro, persino nei vaccini salvavita ci sono le controindicazioni. Diciamolo fuori dai denti: oggi, nell’anno di disgrazia 2020, lo streaming è l’unica salvezza di un’arte confinata in un gigantesco sanatorio, e chi afferma il contrario o mente o ha un conto in banca che gli consente di potersi prendere un paio di anni sabbatici nell’attesa che i teatri tornino ad essere luoghi di cultura e non più raduni di potenziali appestati.

Preferisco fermarmi. Regina di questa corrente di pensiero è Emma Dante che, comprensibilmente, parla da artista. Ma non ha alle sue dipendenze professori d’orchestra, cantanti, ballerini, attori, comparse, tecnici, amministrativi, fattorini. In questo caso probabilmente vale per una quota il comma di cui sopra (conto in banca e anni sabbatici) e per l’altra il vezzo di elevarsi dalle questioni contingenti, della serie “mangino brioche”. Spero di sbagliarmi.

Il web ci toglie lo stipendio. Minuscola argomentazione di un (purtroppo) maiuscolo sindacale spalmato su tutti i settori produttivi. Se solo il sindacato, per cui in passato ho fatto orgogliosamente la mia parte, avesse investito un centesimo del suo tempo per conoscere, per formarsi, per andare oltre le veline ridicole di certi comunicati che sembrano scritti prima del suicidio di Luigi Tenco e di cui mutuano la verve, oggi non avremmo il dilagare di rappresentanti di base che scoraggiano i propri iscritti dal partecipare a iniziative online che, è doloroso dirlo, spesso sono estreme manifestazioni di esistenza in vita di lavoratori tagliati fuori da una contingenza crudele. Sappiatelo: ci sono categorie di lavoratori che al momento, in tutti i campi, vivono solo grazie alla contestata evanescenza del web, e non ci si può arroccare in tecnicismi quando si tratta di sopravvivenza, eh.

Osteggiare internet è la cosa più pericolosa che un sindacato possa fare, a mio parere. Studiarlo con umiltà sarebbe un dovere, come frequentare un corso estivo per ripetenti.