Si parla molto oggi di smart working, ma in realtà la pratica non è nuova almeno tra chi, negli ultimi dieci anni, ha provato a mettersi in gioco (confidando nella buona sorte).
Pur senza aver contezza della definizione di smart working ho iniziato a lavorare in questo modo nel 2008. Mi ero appena dimesso dal Giornale di Sicilia ed ero a stipendio zero: insomma ero a un passo dal menù fisso “pane e cipolle” (che a me piacciono moltissimo, ma dal gusto allo stile di vita ce ne passa). Per le giuste convergenze astrali trovai un contratto con Rcs periodici e, a seguire, con Radio Montecarlo e con altri committenti come ghostwriter: insomma scrivevo come un forsennato per chiunque, per qualunque supporto, per ogni destinazione. Fu un bel periodo perché imparai, sulla mia pelle, che il posto fisso non era la sorte scritta per uno come me, scavezzacollo ma borghese, libero ma non dissennato, con una famiglia amorevolmente presente ma non onnipotente (di questo vi dirò un’altra volta perché ci sono risvolti divertenti anche nei momenti più complicati, temo che la mia psicologa sia disposta a pagarmi pur di sentirmeli raccontare). Ho un motivo di orgoglio: nel momento in cui ho fatto il salto più pericoloso della mia vita sono atterrato sui miei piedi. I miei, solo i miei. Ho avuto fortuna.

Volevo l’indipendenza e me la dovevo guadagnare. E c’era un solo modo per fare viaggiare sullo stesso binario libertà, lavoro e sopravvivenza: era lo smart working (che allora non si chiamava così, anzi non si chiamava affatto).
Scelsi contratti agili, leggeri anche dal punto di vista economico. Capii prima di ogni moda e qualche emergenza che esisteva un altro modo di lavorare. Forse mi aiutò una sana incoscienza, i miei più cari amici sanno di cosa parlo: sono loro che mi hanno sopportato nelle lunghe sedute di autocoscienza disperata, sono loro che mi hanno invitato a cena persino oltralpe quando nella mia terra in pochi mi calcolavano, sono loro che mi hanno letto e corretto, sono loro che hanno saputo distrarmi in serate complicate.
Lo smart working ante litteram, figuratevi quello di adesso, aveva tre grandi incognite: responsabilità, libertà, capacità di rinuncia.
Responsabilità. Chi sceglie di lavorare da casa deve accettare di produrre senza controlli intermedi (vallo a raccontare ai sindacati che ancora sono al paleolitico della concertazione). Quello che conta è il risultato (e le garanzie che sia raggiunto senza violare alcuna legge, of course).
Libertà. Essere liberi è la cosa più difficile. Tra il non fare un cazzo e lavorare quel che basta, coi ritmi anche serrati che servono, c’è una differenza che si misura col grado di maturità (purtroppo non previsto da nessun articolo di contratto di assunzione). E soprattutto c’è da superare la più atroce delle prove, quella della competenza e dell’abilità.
Capacità di rinuncia. Se si sceglie di lavorare da remoto si costa meno. Per quanto è scritto sopra e soprattutto per quanto è scritto sotto.
Se la tua presenza fisica si può sottrarre, sei fortunato. Se sei in grado di sopportare una tale deresponsabilizzazione non sei completamente pazzo. Se qualcosa è gratis, rassegnati: la merce sei tu.