C’è questo gran parlare di Junior Cally e del suo testo violento e sessista che ha scatenato le immancabili polemiche politiche su Sanremo. Solo che, come spesso accade in Italia, preso un problema, si tende a polverizzarlo in mille coriandoli per farne effetto speciale anziché analizzarlo.

Il rapporto tra musica e violenza, per non dire di quello tra arte, etica e politica (un secolo fa ne scrissi qui), non è mai stato recensibile senza le adeguate precauzioni: ergo conoscenza, conoscenza e ancora conoscenza.

Tupac Shakur, il più grande e controverso rapper che abbia mai ascoltato, era legato alla criminalità afroamericana di Los Angeles, adorava Shakespeare, si batteva per i diritti civili dei neri, scrisse una canzone meravigliosa alla mamma attivista delle Pantere nere, e morì nel 1996 dopo una sparatoria a Las Vegas al termine dell’incontro di boxe tra Mike Tyson e Bruce Seldon all’MGM. Dichiaro che non sono un patito del genere, il mio rap ideale rimane quello della Sugarhill Gang che al massimo ammetteva una deriva del tipo:

“He can’t satisfy you with his little worm
But I can bust you out with my super sperm!”

La tentazione di piallare tutto con la scusa di un sentire comune o, come si diceva una volta, di un immaginario collettivo è sempre stata fortissima. Ma l’arte non è uguaglianza, altrimenti sarebbe welfare. Arte e welfare sono sistemi distanti, spesso antitetici. Ecco perché ogni tentativo di censura è odioso, quando si parla di opere dell’ingegno.

Questo vale per Wagner, per D’Annunzio, per Wilde, per Pasolini, per Tupac e per tutte le stelle che cadevano all’incontrario.

C’è solo un limite a questo ragionamento. L’arte non può mai essere un alibi o un paravento. Chiunque spari una cazzata e ci metta sotto una musichetta o la verghi su carta pregiata non acquisisce nessun diritto. Junior Cally, per quel che mi è dato sapere, non ha fatto nulla di congruo al di fuori delle sue bighellonate sgangherate. Quindi non facciamone un gran parlare e soprattutto non oltraggiamo la memoria di chi sapeva ferire le nostre coscienze ammaliandoci con la droga del bello.