L’articolo pubblicato su la Repubblica.

Con le sentenze non si scherza, nonostante a nessuno sfugga la grottesca situazione per cui un intero nucleo fondante del movimento che brandiva lo slogan “onestà onestà” come una clava chiodata nel giro di qualche anno è stato disintegrato da un’inchiesta giudiziaria, proprio come accadeva coi partiti tradizionali, quelli che si voleva estirpare. La vicenda delle firme false del Movimento 5 stelle, quella per la quale la scorsa settimana sono arrivate dodici condanne, è un serio, serissimo monito per gli aspiranti della politica, più o meno movimentisti, che cancella un’illusione sulla quale si regge tutt’oggi un castello di promesse elettorali: cioè che basta essere persone perbene per non cadere in pericolose ingenuità, che la pia intenzione è tutto, e che a ben amministrare prima o poi siamo capaci tutti. E è solo la sentenza ma tutto il corollario di destituzioni, espulsioni, veleni a metterci di fronte all’evidenza che un movimento di cittadini qualunque governato da cittadini meno qualunque, quando si mette d’impegno, riesce a fare anche peggio di un volgarissimo partito ordinario. In tal senso la Sicilia come “laboratorio politico” non è riuscita a dare risultati migliori del “Piccolo chimico”, il famoso gioco degli anni Settanta dinanzi al quale l’unica emozione, a parte rischiare di avvelenarsi, era lasciarsi affascinare dal viola acceso del permanganato di potassio a contatto con l’acqua. Ecco, il Movimento 5 stelle di quegli anni – siamo tra il 2012 e il 2013 – era il sale che colorava le provette della speranza di una politica che non doveva chiamarsi politica e che faceva, spesso incidentalmente, anche cose egregie. Solo che anziché tendere alla massimizzazione dei risultati, il partito non partito puntava alla massimizzazione delle premesse: insomma non importava dove si sarebbe arrivati, ma era fondamentale marcare le differenze di partenza, come un pugile che non si cura dei muscoli ma del colore dei guantoni.
Ieri come oggi, la vera leadership consiste innanzitutto nel non sottovalutare mai il potere di uno stupido in un vasto gruppo. Il resto è sopravvivenza.