Nell’unica canzone di Ligabue che mi piace, “Una vita da mediano”, si raccontano storia e destino di chi fa un lavoro oscuro, lontano dai riflettori ma fondamentale per quel che sotto quei riflettori si rappresenterà. Nella mia vita professionale ho incontrato pochi mediani e molti brocchi che si spacciavano per centravanti. Tra i mediani del passato ricordo qualche compagno di lavoro nell’azienda in cui ho lavorato per vent’anni: fattorini, fotografi, archivisti, un paio di giornalisti al massimo (ma sto esagerando). Potevo contare solo su di loro in certe nottate insonni aspettando la foto dell’ultimo morto ammazzato di Gela che arrivava su un taxi, e mi sono trovato solo con loro in alcuni momenti complicati in cui non c’erano applausi da condividere, ma solo fischi e pure qualche pomodoro lanciato sul palcoscenico della vita.

I mediani sono le persone migliori con le quali lavoro ancora oggi che non ho più un grande gruppo da coordinare (l’intera redazione del giornale in cui lavoravo adesso è composta da meno persone del singolo settore che dirigevo allora), ma solo una piccola squadra di appassionati delle cose fatte bene. I miei mediani non sono santi e si lamentano parecchio, ma sanno che non gli chiederei mai un sacrificio inutile o una mobilitazione che non guarda al loro futuro. Se mi rispondono al telefono di sabato sera per andarsi a rompere le palle a strappo di domenica mattina, capiscono che quello stress serve alla sopravvivenza del gruppo in una selva di competitor improvvisati e a insulso costo. Non lo fanno mai per me, ma per loro. È un po’ come l’amore o la pietà (per chi la frequenta). La forma più pura di sentimento è quella che ci si ritorce “contro”, in fondo l’altruismo è la più sublime forma di egoismo: funziona solo se i primi a stare bene nell’esercitarlo siamo noi stessi.

Poi c’è la folla di centravanti, che usualmente finiscono azzoppati nel primo tempo, l’unica variante è legata alla domanda: quanto dura il primo tempo?

Nella vita da mediano, prima e dopo Ligabue, conta la coscienza pulita di aver fatto i propri passi con il giusto mix di passione e prudenza, di aver masticato amaro molte volte quando gli altri hanno alzato una coppa che avresti dovuto alzare anche tu, di mantenere una lucida indipendenza dal consenso e di potertene fottere quando e se sarà il caso, senza modica quantità.

Mi piace la vita dei mediani perché alla fine è anche la mia, lo è sempre stata lavorando nelle retrovie (con rarissime eccezioni). Nell’arco di lunghi decenni, a ogni gol, io e la mia squadra del momento abbiamo gioito come se il piede che aveva spinto la palla in rete fosse stato il nostro. Lasciando alla folla di centravanti la grottesca illusione di  chi non conosce le regole dello spettacolo, o se preferite della vita. Se davvero bastasse una primadonna a fare narrazione, non sarebbero stati costruiti i teatri. Con ferro, legno, cemento.