Questo non è il bilancio di un anno, ma un resoconto propositivo. Perché i bilanci spesso hanno una quota di tristezza che inquina la sana malinconia. E la malinconia è una cosa seria che non va sprecata in decaloghi o manualetti di buone intenzioni.

Nel 2019 molte cose accaddero… e molte altre, per fortuna, potrebbero accadere ancora. Merito delle persone giuste, della sorte, della selezione naturale e di quella che io chiamo “santissima intransigenza”. Nelle righe che seguono non c’è nulla di cronologico. Nel senso che do alcune indicazioni su ciò che mi è piaciuto o meno, senza un rigore temporale: ho scoperto o rivalutato film, libri, musiche di anni passati, ma quel che conta è che la mia emozione è quella del 2019.
Andiamo per ordine.

Libri.
Pochissima narrativa di rilievo, solo grande saggistica degna di memoria, per quest’anno.
“Homo Deus breve storia del futuro” di Yuval Noah Harari e “Armi, acciaio e malattie” di Jared Diamond: per una visione del presente che eviti la distopia.
Poi, sul finire di questo dicembre, un paio di notti felicemente insonni con “Bianco” di Bret Easton Ellis, un meraviglioso cazziatone (egoistico) nei confronti del mondo che va alla deriva.

Serie tv.
Il trionfo assoluto nella categoria soddisfazioni perduranti: “The Man in the High Castle” su Prime. Una serie con una grande trama, grandi attori e soprattutto grande scrittura televisiva. In assoluto una delle cose migliori viste in tv.
A seguire, la documentaristica. “Grandi eventi della seconda Guerra mondiale a colori”, il conflitto che ha cambiato il mondo come mai lo avevo visto: in inglese con sottotitoli in italiano. Su Netflix.
Infine una nota su Sky, che purtroppo reputo da un paio di anni in caduta libera. Unica segnalazione per quanto mi riguarda “Das Boot”, il resto è fuffa e pure cara per un utente medio.

Film.
A parte Joker, memorabile per la prorompenza allucinata di Joaquin Phoenix, solo delusioni.
“The Irishman”, lungo, estenuante, stanco nonostante la grandiosità del trio Pesci-De Niro-Pacino. Un “C’era una volta in America” allungato col brodo. “La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco: dopo “Belluscone”, che per me è un piccolo capolavoro, era difficile ipotizzare un sequel. Maresco ci ha messo dentro tutti i suoi pregiudizi senza riuscire a farli brillare (nell’arte i pregiudizi ben coltivati sono oro): risultato, una brodaglia in cui realtà e finzione giocano barando.

Radio.
È stato l’anno di Radio Capital: bella scelta musicale, giusto mix di cazzeggio e serietà. Solo non mi piacciono il programma “Cactus” di Concita De Gregorio e alcuni eccessi presuntuosi di Michela Murgia al “Tg Zero” (orfano dell’indimenticato Vittorio Zucconi): ma se la prima la evito garbatamente virando su Apple Music, la seconda la tollero perché governata da una finta spalla come Edoardo Buffoni (che è bravo ed efficace e soprattutto ha i tempi giusti per la radio).
In picchiata la fascia mattutina di Radio 105, con “105 Friends” perché per quanto mi riguarda manda troppa musica di merda (mentre Tony e Ross sono un duo che funziona bene).

Musica.
Ho cantato, suonato e ballato (sotto la doccia!!!) “The best and beyond” un album di Gino Vannelli di dieci anni fa che a sua volta contiene brani di vent’anni prima, ma riarrangiati in maniera semplicemente sublime. Ascoltare (e cantare) per credere

Tecnologia.
Anno tremendo, soprattutto per il bug misterioso che ha distrutto con inquietante sincronia caldaia, lavastoviglie, computer portatile e vari apparecchi minori. Ma il futuro, almeno nella narrazione, è Alexa: quattro dispositivi e una prova di sopravvivenza con assistenti vocali ancora di scarsa efficienza. Ma questo è un to be continued

Il momento.
A Finsiterre, appena concluso il Cammino del Nord. Sulla spiaggia, al tramonto, con una birra (vedi foto sopra) e centinaia di messaggi da archiviare perché nulla vada perduto nelle sterminate lande del ricordo

L’emozione.
Dopo quella de “I traditori”, la seconda opera scritta per il Teatro Massimo, mi resterà fortissima l’immagine di “Butterfly Blues” con migliaia di persone che ascoltano le parole di Gigi Borruso, le musiche di Marco Betta, Fabio Lannino e Diego Spitaleri con gli occhi lucidi. È un momento di una intensità non recensibile, persino per una vecchia ciabatta del mio stampo.

La delusione.
Tutti sappiamo che le cose cambiano, qualcuno lo sa talmente bene che se ne approfitta. Nel senso che, contando su un vincolo di amicizia, ci mette dentro una spruzzata di convenienza, un’altra di egoismo e un’altra ancora di presunzione. La sua fortuna è che non saprà mai quanto ti annoia eradicarlo dalle sue vacue certezze e quanto il suo sopravvivere sia dovuto non già alla sua abilità strategica, quanto al tuo disinteresse per le sue minuscole priorità egoistiche.

Le persone.
Quattro persone tra almeno una decina che non cito perché non siamo ai ringraziamenti né ai necrologi, ma siamo dinanzi a un bilancio che guarda avanti. Mi hanno sostenuto ognuna col suo garbo e il suo vigore nella nascita di un’idea, nel consolidarla praticamente, nel creare un sottofondo ideale affinché questa si espandesse senza traumi, nel garantirla con il codice blindato della complicità pura senza deragliamenti. Sono felice grazie anche a loro.

La frase.
“Non esistono persone che non sbagliano, esistono persone che non si fanno scoprire”.
Tanto per guardare avanti con il cinismo che serve a inventarsi una colonna sonora che il mondo chiama ronzìo e tu sinfonia.