Ci sono argomenti che possono avere agganci di cronaca, ma anche no. Che stazionano in un limbo di occasioni: sono urgenti o no? Ma che di certo ci riguardano perché le cose cambiano ed è meglio non farsi trovare impreparati.
Uno di questi è rappresentato dalla cruciale domanda: come aiutare qualcuno in difficoltà (laddove per “qualcuno” s’intende una persona cara, un parente, un vero amico, eccetera)?
Conosco due scuole di pensiero: la prima, che è la mia, consiste nel proporsi in maniera discreta, senza forzare, con la piena coscienza che rispettare la persona nei guai significhi rispettare il suo atto di altruismo nel non voler imporre agli altri il suo dolore; la seconda, che è quella di persone come mio padre (un attivissimo ottantenne) si basa su un concetto affascinante che identifico come invadenza affettiva. Ne abbiamo già parlato qui, ma vale la pena di spiegare.
Stare al proprio posto nell’attesa di aiutare qualcuno è probabilmente la scelta più saggia. E più comoda, diciamolo. I problemi altrui, passata la prima botta, diventano una rottura di scatole anche nei casi più drammatici. È il segreto motore del mondo: non si vive di commemorazioni ma di scavalcamenti. Si passa sopra tutto, soprattutto quanto tutto sono i fatti degli altri. Tutto si supera, se in corsia di sorpasso ci siamo noi e non gli altri.
La strategia dell’invadenza affettiva è invece più difficile. Prevede un pressing costante e motivato (altrimenti non sarebbe affettiva…), indifferente ai dati di cronaca. C’è un primato di presenza rispetto all’impalpabile pensiero (“non ti chiamo/non vengo perché non voglio disturbare) che segna la vittoria dell’esserci sul pensare di volerci essere. L’invadenza affettiva è una sorta di rimedio della nonna contro tutte le malattie, un placebo al quale magari è bello cedere una volta tanto, illudendosi che le soluzioni migliori non stiano dentro di noi, dentro quel magma indefinibile di cervello e cuore, ma altrove. Altrove dove?
Nella cura che gli altri manifestano nei nostri confronti, nella fiducia che accordiamo loro, nel meraviglioso meccanismo arcaico del sollievo fisico di una carezza che può essere gesto o parola, ma che comunque è affetto. Invadente ma vero.

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