È complicato smontare i luoghi comuni, soprattutto quando sono più luoghi che comuni cioè più simboli che stati d’animo condivisi. Mi capita ogni giorno da quando combatto una battaglia solitaria contro il già detto, il già sentito, il dichiarazionismo a effetto.

Penso che se dovesse nascere un nuovo partito – uno nuovo nuovo davvero – dovrebbe innanzitutto organizzare una campagna di debunking contro il trito da soffritto non commestibile, cioè contro tutta quella fuffa che ammorba le nostre coscienze da prima dell’avvento di Facebook e compagnia chattante.

Sarebbe bello trovarsi in un consesso dove si parla di ciò che è vero, di ciò che si conosce, senza mistificazioni, senza rubare meriti agli altri. Aggirando cioè quella pratica diffusa – e non da ora – secondo la quale se una cosa buona è accaduta il merito è di chi lo dice prima. Tipo “battipanni liberi tutti”.   

So che il discorso può risultare sibillino quindi faccio un esempio alla portata di tutti. Cioè di quei “tutti” che stanno generazionalmente a tiro di questo blog.
Woodstock.
Tutti blaterano di Woodstock senza sapere che quel festival, passato alla storia come esempio di gioia e libertà, in realtà fu un disastro organizzativo ed economico. La mitologia di quei “Three Days of Peace & Rock Music” ha nascosto la cruda realtà. E cioè che quattrocentomila persone, in quel fazzoletto di tempo dal 15 al 18 agosto 1969,  vissero per quattro giorni in un inferno di sporcizia e droghe, e che godettero tutte di un miracolo inaspettato: quasi nessuno morì in quel disastro di igiene, ad eccezione di un ragazzino che fu travolto da un trattore. Il migliore dei peggiori collateral damages, diremmo oggi.
Il festival fu organizzato da quattro amici di cui uno aveva ereditato un casino di soldi da buttare, e costò circa 4 milioni di dollari dell’epoca: cose degli anni sessanta insomma…
Nonostante all’inizio fosse previsto un biglietto di ingresso, l’arrivo inaspettato di una valanga di persone che travolse transenne e ingenuo buonsenso costrinse gli imberbi organizzatori ad aprire i cancelli e a pronunciare la famosa frase: “It’s a free concert from now on”.
Badate bene, non era generosità, bensì paura.
Paura che la situazione sfuggisse di mano. Paura che la droga facesse stragi che manco Charles Manson potesse immaginare, e lui era un criminale che se ne intendeva di sangue spicciolo…

A Woodstock quei quattro improvvidi ragazzi aspettavano ventimila persone, invece ne arrivarono quattrocentomila con un solo ospite realmente scomodo, non invitato e imprevedibile: la storia.
Economicamente persero tutto, ma con gioia. Il resto fu cronaca imperitura: divennero re senza corona, sovrani senza nome. Una sorta di atroce sottosopra rispetto al mood social di oggi.

Ecco cosa ci sta dietro i luoghi comuni. Ci sta ciò che non conosciamo, più o meno colpevolmente. Ci sta la nostra grettezza e la nostra paura di approfondire, ci sta il finto conforto di una versione di comodo e il rifugio dagli effetti collaterali del coraggio.
L’innovazione è di chi se ne fotte. Oggi, domani, sempre.

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