L’articolo pubblicato oggi su La Repubblica.

Nel più grande romanzo fantasy che sia mai stato scritto, “Alice nel paese delle meraviglie”, Lewis Carroll descrive l’eterno mistero dell’attimo facendo rispondere il Bianconiglio alla domanda “per quanto tempo è per sempre?” con la celebre frase: “ A volte, solo un secondo”. Di attimi è fatta la nostra vita e negli attimi si insinua la morte, nostra e del nostro universo, sparigliando le carte sul tavolo dell’esistenza. Nella tragedia di Catania, con un bimbo che muore nel chiuso di un’auto rovente perché dimenticato dal padre, l’orrore non si consuma nelle cinque ore in cui la vita abbandona il piccolo, respiro dopo respiro, nel parcheggio della cittadella universitaria, ma nel nanosecondo in cui la mente del padre cancella la presenza di quel figlioletto addormentato sul sedile posteriore. Nella nostra umana consapevolezza che tutto ha una causa ma nulla è evitabile possiamo tentare di trovare giustificazioni nello stress, nella routine, nella distrazione di un’era tecnologica, ma è solo una paradossale e disperata ricerca di conforto: perché noi siamo quel padre trafitto in eterno dalla colpa e non ci serve una ragione, ma una benda con la quale tamponare la ferita. E intanto facciamo fatica a confessarci che non siamo solo la biochimica che regola sonno e veglia, depressione ed euforia, ma anche l’eterea forza che ci spinge fuori dalla nostra orbita di razionalità. Siamo il piede che schiaccia l’acceleratore quando non ne abbiamo bisogno, siamo il battito di ciglia prima del passo fatale, siamo il pensiero che ci distrae quando non abbiamo pensieri. Siamo attimi senza padrone, che arrivano e se ne vanno senza che nessuno se ne accorga e ogni tanto intercettano il momento cruciale come angeli sterminatori. Prendono il tempo, lo rendono eternità di brandelli e spariscono, lasciandoci soli nell’inferno latente delle nostre vite.

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