Da La Caridad a Ribadeo.

Stando ai calcoli, che gestisco tra Garmin al polso, guida nella tasca dello zaino e taccuino alla mano, sono a 621 chilometri percorsi, per un totale di circa 840 mila passi. La schiena e le gambe reggono bene, la testa fa quel che può (del resto anche in tempi di pace…), insomma si va oltre la fatica. Che, come ho già raccontato, è una questione di puro relativismo quindi è acqua passata. 

Santiago si avvicina, già si incontrano le grandi croci rosse (nella foto sopra) in cemento o in legno che furono messe lungo il Cammino nell’anno Giacobeo 1993 e il pensiero che si insinua è quello del dopo.

Il dopo, tadaaah!

So che mangerò tutta la pasta che mi è mancata, so che mi toccherà raccontare, e volentieri, questa esperienza secondo i codici del mio lavoro, so che dormirò nel mio letto, so che finalmente avrò almeno una quarta maglietta da indossare, so che mi muoverò per la prima volta dopo 35 giorni su un mezzo meccanico e non sulle mie gambe, so che riprenderò i ritmi del lavoro.

Ma so anche che dovrò affrontare un’impresa ardua per un Doc come me: scardinare i riti. Attualmente la mia giornata è un perfetto sistema di efficienza sportiva, regolare come le fasi di un motore a scoppio: sonno, cibo, 25 km, cibo, sonno… Sorvolo su (im)prevedibili dettagli personali e su incombenze che a voi possono sembrare primitive tipo quella di fare il bucato ogni santo giorno appena arrivato in albergo, in modo che la biancheria si possa asciugare entro la mattina dopo: è come se voi, tornando a casa dall’ufficio, prima ancora di mettervi le pantofole vi buttaste tipo giocatore di rugby su una tavoletta di sapone di Marsiglia e cominciaste a ravanare come forsennati tra mutande e calzini sporchi.

Ecco, il mio dopo che inizia a materializzarsi chilometro dopo chilometro lo immagino e non lo temo, anche se so che dovrò usare i guanti per gestirlo. Parlando con chi ha fatto questa esperienza prima di me e l’ha rifatta – perché il Cammino non è un viaggio turistico, ma una esplorazione di se stessi – ho assorbito molte indicazioni interessanti. Nulla di mistico per carità. Anzi, molto di pratico, reale. È come imparare una nuova lingua, che userai solo con chi ti vorrà ascoltare: una grazia del cielo per chi vive di rapporto con gli altri, di creatività, di comunicazione.

Il dopo di queste esperienze è sempre un inizio. Lo sappiamo prima di cominciare, altrimenti ci faremmo vacanze normali. Sto incontrando molte persone che cercano di cucire il passato e il futuro con un filo lungo più di 830 chilometri, senza rattoppare.

Mi piace pensare che chi fa il primo del milione di passi che lo accompagneranno – e perseguiteranno – nei meandri di se stesso è come quel tale che mentre gli altri si interrogano su come fare una cosa, lui pensando ad altro di più importante, la fa.

(23 – continua)      

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