Da La Isla a Villaviciosa.

Cammina da così tanto tempo che fa pure confusione con le date. Dice di essere partito dall’Italia il 21, suppongo di luglio, ma potrebbe essere anche giugno, o chissà. Si chiama Tiziano e nel tempo che passa tra una maratona e un Cammino qualunque (ne ha fatti una mezza dozzina) fa il potatore a Cesena. Potatore “non giardiniere”, giacché dice di essere specializzato nel tagliare. E già la prima metafora attraversa la strada della nostra storia, rischiando di farle fare un testacoda. Che non sarebbe un disastro, visto che si tratta di una storia nella quale non c’è un inizio e manco una fine, ma solo un nel mentre.

Tiziano è partito quel 21 lì da La Spezia, ha percorso tutta la riviera ligure, poi si è bevuto la Costa Azzurra e poi, per rifiatare, ha preso un pullman per Lourdes. Dove ha trascorso un giorno a coltivare, in una specie di ritiro, la sua idea di religione. Poi se n’è andato a Irun, nei Paesi Baschi, dove ha cominciato un altro cammino, il Cammino del Nord.

Quest’uomo, che per un quarto è pellegrino, un quarto è camminatore, un quarto è esploratore, e un quarto è folle (capirete entro qualche riga perché), mi ha affiancato stamattina su un tranquillo rettilineo di Colunga, mentre con gli occhi ancora di sonno scrutavo il cielo cercando di capire quale sarebbe stata la razione di pioggia e fango che il Grande Manovratore di Nubi aveva in serbo per me. Al “buen camino” di rito, ho risposto “grazie”. E lui: “Italiano? Allora facciamo un po’ di strada insieme”. Non ho opposto resistenza, rimbambito com’ero dal sonno e dai postumi di una serata di sbevazzamenti con amici (in fondo sempre vacanza è!). Ci ho messo più del dovuto per capire chi, anzi cosa avevo accanto.

Tiziano lo zaino non se lo mette in spalla “perché la schiena si affatica”, ma lo traina grazie a un trabiccolo che tiene legato a una cintura. Insomma è un prototipo di quadrupede umano con due piedi e due ruote (come dimostra la foto sopra). Va così non solo su asfalto, come su una specie di quad di carne e alluminio a trazione anteriore, ma riesce a scalare sentieri rocciosi spaccandosi i quadricipiti femorali e dopandosi di un’unica consolazione: la schiena non si affatica.
Che è come dire: sparatemi al cuore, ma l’importante è che non mi venga mal di testa. 

Tiziano come me soffre il caldo ed è felice col freddo. Solo che io, a tal proposito, mi limito a scribacchiare qualche minchiata qui e a organizzare il mio abbigliamento tecnico ogni giorno in modo consono. Lui se ha caldo ai piedi, tira fuori il coltello e apre due buchi nelle scarpe.
Lo ha fatto e vi prego di credermi!
Insomma questo minotauro gommato è riuscito a sconvolgere la mia ordinaria visione delle cose – motivazioni, prospettive, anatomia, socialità – in soli due chilometri di vita condivisa. Il tempo di affiancarmi, ruggire con suole e pneumatici, pugnalarsi le scarpe, e sgommare via dietro a una curva. A mai più rivederci. Tiziano è così, l’ho imparato lungo un nastro di strada dalla lunghezza soggettiva (a seconda del passo).
Tiziano è un potatore,  non un giardiniere.
Lui taglia.  

(17 – continua)

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