Da Ribadesella a La Isla.

Doveva essere una tappa semplice, l’ultima così leggera – appena 16,6 km – prima della tortura di Villaviciosa – Gijòn di cui non anticipo nulla perché mi sudano i polpastrelli al solo pensiero. Per di più il mio hotel era, una volta tanto, in una posizione vantaggiosa rispetto all’itinerario classico, garantendomi uno sconto di quasi tre chilometri. È finita che di chilometri ne ho fatti 22, cioè quasi sei in più, cioè un’ora e mezza di cammino in più, cioè sono un cretino anche una volta di più. 

Eppure avrei dovuto capirlo che troppi automobilisti mi salutavano mentre camminavo lungo la carretera. E io rispondevo: gracias! E loro continuavano a salutarmi: mi pareva di scorgere la sillabazione sulle loro labbra: buen camino! Però al quarto chilometro di asfalto e zero marciapiede ho cominciato ad avere un leggerissimo sospetto. E guardando la cartina ho riavvolto il nastro. Ero sulla strada sbagliata. Avevo sparso “gracias” a destra e a manca, anzi alla derecha e all’esquerda, a una carrettata di vaffanculo e bestemmioni che manco ieri Salvini a Catania li ha riscossi.

Insomma ci ho messo qualche chilometro per recuperare la retta via. Retta si fa per dire, data la tortuosità di certi sentieri che sono esperienze estreme.
Funziona così.
Dall’asfalto parte una deviazione che di solito si mostra innocentemente come una stradina asfaltata. Alla prima curva, l’asfalto diventa pietrisco. Pochi metri dopo diventa terra che anela alla fangosità appiccicaticcia. Poi la trasformazione in sentiero la cui pendenza aumenta vertiginosamente. Sino al raggiungimento dello status finale: qui i sentieri non salgono, si impennano

Il tutto avviene nello scenario più consono, quello di un tempo variabile in una frazione di nanosecondo. Dal sole alla pioggia, lungo il Cammino del Nord, è un mutare che sfida le leggi dell’umana comprensione. Tipo: piove, neanche il tempo di mettere la giacca impermeabile e di colpo si chiudono i rubinetti del cielo e il sole ti manda 30 gradi che sotto le ascelle puoi fondere la ghisa. Ma è un’illusione. Mentre sei finalmente in maglietta – togli lo zaino, apri lo zaino, richiudi lo zaino, rimetti lo zaino –  ti arriva un sifone di acqua senza che tu possa scorgere il cazzo di nuvola dalla quale è stato sparato. Io sono arrivato a cercarla persino dietro agli alberi, per capire se per qualche strano sortilegio nelle colline delle Asturias esistesse un incantesimo della meteorologia, tipo spada nella roccia: la nuvoletta acquattata del viandante ramingo.

Insomma, il risultato di quest’oscillazione termica è che vivi col pile, sudando come beduino nel deserto e puzzando come un caprone di montagna già alle 9 di mattina. Quando, iniziando la benedetta giornata, guardi il cielo e ti domandi come proteggerai dalle intemperie quei quattro licheni che ti sono cresciuti sulla nuca.  

(16 – continua)      

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