Bilbao.

Con l’arrivo a Bilbao assaggiamo la città. E Bilbao è pure una città particolare. Piccola e compressa, non ha spazi liberi, è tutta scale e salite (le salite, ah!) tranne il lungofiume, ha un bel centro storico in cui è divertente sbevazzare, e ha il Guggenheim. Il Guggenheim è la pietra angolare di un ragionamento culturale che ha diviso non soltanto una nazione. Bello e controverso, il museo è l’investimento di una comunità (è stato realizzato esclusivamente con fondi baschi). Può piacere o meno – a me fa impazzire – ma comunque  attrae attenzione, ergo fa il suo lavoro.

Il Guggenheim è ciò che è moderno e coraggioso, ciò che è stato portato avanti grazie all’innovazione, che è arte più antica e più genuina di quanto si pensi. È soprattutto una colossale scommessa urbanistica, concettuale. In pratica è una spremuta di quel che manca nella mia terra dove le scommesse sono affidate a kamikaze culturali e vige la dittatura del “colpa tua, merito nostro”.

Tra qualche giorno lascerò la terra basca per entrare in Cantabria. Magari la smetterò di interrogarmi sulle origini misteriose di questo popolo. In tutto ciò risento di una strana sindrome che ha una componente genetica. Quando mio padre viaggia ha una singolare ossessione: capire come minchia campa la gente di quei luoghi (io che ho viaggiato con lui, vi assicuro che può mettere a dura prova il sistema nervoso quando, analizzata l’economia del luogo, lui tira fuori un “sì, però…”).

Ecco, io sono così per le origini, le beghe dinastiche, il bilancino della storia o addirittura della preistoria. Ora immaginate quanti pensieri, discussioni con poveri malcapitati nell’ora cruciale, quella dell’aperitivo, ho inanellato per analizzare gli albori di un popolo, quello basco, che nessuno conosce: la lingua non ha nulla di europeo, c’è chi dice che discendano dai sumeri; i più fantasiosi (che vorrei avere a cena almeno una volta alla settimana) fanno un collegamento col mito di Atlantide.

Insomma, forse a buon diritto, i baschi si sentono e sono altro. Li ho frequentati e, tastandone la fierezza altera e magari scostante, credo che l’indipendenza alla quale anelano sia una sorta di contentino: non è solo la Spagna che gli va stretta…

Insomma, oggi ho camminato poco sulle mie gambe (solo 10 chilometri) e molto su quelle della coscienza civile. Vorrei che la mia Palermo, che è più grande e più cruciale nello scacchiere del mondo attuale,  imparasse a essere fiera e coraggiosa. L’innovazione vera non dà mai consensi facili – nel mio piccolo ne so qualcosa – ma richiede una continua dose, anche omeopatica, di coraggio. Il coraggio non di chi innova – quella al limite è sana incoscienza – ma di chi glielo consente.

Ok camminiamo.   

(7 – continua)      

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