C’è uno che ha visto la luce e ha scelto di onorarla. Antonio Presti non è solo il creatore di Fiumara d’arte, non è solo il mecenate che ha dato forma all’arte dove l’arte non aveva accesso. È soprattutto uno dei visionari più lucidi di questi nostri tempi gretti e banali. È l’uomo che ha sposato l’eresia come compagna di viaggio quando la strada impervia della ragione è intasata dagli sfabbricidi dell’ignoranza colpevole.

Intorno alla Piramide di Staccioli, lo scorso fine settimana, si è svolto il rito della luce: un omaggio alla bellezza che si sublima nel solstizio d’estate, celebrato insieme con oltre trecento artisti contemporanei accorsi da ogni dove.

Presti è un personaggio che offre molti spunti di fascinazione non a buon mercato. Sa di appartenere alla storia e che la storia generalmente non è tenera con i viventi. Usa la curiosità come una spada per vendicarsi di quell’insipienza che pure lo ha circondato in altre epoche. Ha un mantra: costruire una vera anarchia del bello. E soprattutto è sintonizzato su un’idea di politica culturale che mi è congeniale, per professione e per indole: l’arte può rendere meravigliosi i luoghi brutti.

In un mondo di chiacchiere e patacche, Antonio Presti è lo stratega dell’unica rivoluzione possibile: quella della bellezza. Ed è un vero eretico: non risponde neanche di sé, ma solo di chi dissente con la forza della creatività.  Non è buono e non è minimamente interessato alla bontà poiché, avendo conosciuto la cattiveria e avendo allenato i sensi per resistere al tradimento, conosce la felice propulsione che viene fuori dalla forza di reazione. L’universo che si sta costruendo intorno è una dittatura della conoscenza: chi non la pratica o chi non tende a essa, è fuori. Senza appello. Per questo il mecenate trova la sua realizzazione nel diffondere il verbo: per puro egoismo. In quell’universo in costruzione, meno ignoranza ci sarà, più sudditi si conteranno. Insomma, un sottosopra che pare ideologico ma che invece è reale, presente. Provare per credere.  

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