L’ho già scritto: ci sono viaggi che non si progettano, ma ti chiamano. Sono idee che vengono fuori nel bel mezzo di un inutile pomeriggio invernale, o che esplodono ascoltando i racconti di qualcuno che conosci appena, o ancora che germogliano, senza fretta, lungo i viali di un’esistenza.

A un viaggio chiediamo sempre qualcosa: uno schiaffo, una coccola, un sussurro, un lieto fine, una sorpresa. Chiediamo di farci spegnere il cervello o di accendere i sensi. Ci sono molti modi di ritrovarsi senza essersi mai persi: viaggiare è quello più entusiasmante e per certi versi anche il più pericoloso.

Quest’estate farò il Cammino del Nord, 835 chilometri a piedi con lo zaino in spalla da Irùn a Compostela, ma non lo farò sposando l’ortodossia religiosa che anima molti pellegrini. Lo farò con me stesso, immagino serenamente, scommettendo un euro sul mio senso del limite e sperando di non perdere la monetina. Potrei dirvi dell’allenamento che, nonostante quel che sta scritto su molte guide, è fondamentale per saper usare insieme gambe e testa (accoppiata complicatissima). O di uno zaino dove devi stipare al massimo otto chili di vita per i 35 giorni che seguiranno. O ancora dell’ago e filo che devi avere il coraggio di usare per eliminare le vesciche sotto i piedi.    

E invece vi dico cosa può passare per la testa di uno che cammina sotto il sole, magari in salita, per cinque, sei, sette ore al giorno.

Ci sono due tipi di persone, quelli che amano raccontarsi una storia e quelli che si raccontano storie. I primi differiscono dai secondi per un dettaglio che riguarda l’autostima: godono di quello che fanno, anche quando nuotano controcorrente o quando non hanno il minimo consenso garantito. I primi viaggiano liberi, i secondi non sono liberi neanche quando vanno al cesso. Se vi è mai capitato di ribellarvi a voi stessi, capite di cosa sto parlando. Nel mio piccolo ho sempre mantenuto la democraticissima anarchia di alzarmi una mattina, dire “questo non sono io” e agire di conseguenza. Senza bizantinismi, ma col buon senso dello scriteriato consapevole. Risultati non garantiti, of course.

Un viaggio, estremo o meno (ho una pericolosa propensione…), è un modo delicato di afferrare la nostra narrazione per i capelli e dirle in un orecchio: fottitene del mondo, adesso guido io. Per poi buttarsi a capofitto nella prima trazzera che ti porti lontana dal ruolo che ti sei costruito, dall’immagine che hai difeso, dalle belve del circo di cui tu dovresti essere domatore.

Una scommessa.

Se la accetti corri il rischio di valorizzare la differenza tra chi si professa e chi è, tra chi vive e chi vivacchia, tra chi ammira la luna e chi si ferma al dito (che potrebbe utilizzare comunque meglio). Il mondo è pieno di pigri che, credendosi potenti o furbi, accettano di farsi scrivere la storia da altri, che a loro volta si sentono potenti o furbi. La storia scritta per procura.

Mettiamola così, il viaggio che ti chiama è un buon modo per allontanarsi dai ghostwriter delle emozioni e un pessimo modo di seminare consensi alla moda. Uscirne sano e salvo è un dettaglio.

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