Seguo da ieri le dirette di Radio Capital in cui si parla di Vittorio Zucconi e si celebra con garbo la sua memoria. Sono sempre stato un suo appassionato lettore e, da vero maniaco della radio, un suo ascoltatore sfegatato. Il senso di mancanza, in generale, è una sensazione che ho sempre accarezzato con indecente interesse: perché – lo sappiamo – è nella malinconia dell’assenza che troviamo il senso di molte cose che normalmente tendono a sfuggirci. Insomma da ciò che non c’è (più) ricaviamo il significato di ciò che ci piacerebbe avere ma che non ci curiamo di avere.

Così, nel rimpiangere uno sconosciuto così familiare, ho riannodato molti fili: il tepore di serate familiari con la radio accesa e il vino nel bicchiere; i ritagli di un suo articolo degli anni Ottanta  appeso al muro della mia stanza; il viaggio in moto ai confini del mondo con i suoi podcast a diluire lingue, costumi e climi a me magicamente estranei; le discussioni al giornale sulle acrobazie di certi suoi attacchi; la vita oltre le parole scritte e viceversa.

C’è nella morte un mistero insondabile che non è biologico né religioso né filosofico, ma egoistico. Perché ci sono dipartite che riescono a darti quel disturbo sottile che è dolore, malinconia e gioia tutti insieme? Perché la fine di una vita altrui rimbalza nella tua che continua, magari per forza di inerzia, tra mille scossoni?

Davanti alla fine, anche solo immaginata, tutto ci sembra diverso. Quel viaggio tra scossoni e bagagli perduti non era poi così male. Quell’ultima frase prima di chiudere una porta poteva nascondere un nuovo inizio, magari in quella stessa stanza. Quel lavoro che odiavamo riusciva a essere talmente ammaliante da mancarci qualche lavoro più in là. Quell’amicizia sbandierata poteva facilmente essere derubricata in tempo a convenzione per altrui convenienza. Quell’amore poteva essere eterno se solo l’eternità avesse accettato di giocarsi con noi una partita a dadi. La verità è che non c’è nulla di definitivo se ci si trova dinanzi a qualcuno che vi racconta o vi chiede di raccontargli una storia (cvd). Il divenire è principalmente un esercizio di libera e inebriante malinconia. E chi non lo capisce è un troll delle emozioni e come tale va tenuto a distanza con la canna.

Insomma il senso della vita applicato alla morte è il cocktail Martini delle consolazioni: forte e inebriante, ma attenzione ad abusarne.

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