C’è un piccolo miracolo che si compie non appena qualcuno si decide a raccontare una storia, per mestiere, per indole, per desiderio impellente, per vocazione, per missione. In un istante quella persona diventa tante persone e tante cose: diventa, per dirla con Patrick Modiano, un sonnambulo, un chiaroveggente, un visionario, un sismografo. Per questo è importante narrare: sui libri, sui giornali, nei teatri, per strada, in tv, a letto, nelle scuole, alla radio o dovunque ci sia spazio per un pensiero senza guinzaglio.

Ci pensavo in queste ore di sentimenti personali contrapposti: da un lato la gioia per uno spettacolo teatrale riuscito (che sudata!), dall’altro la tristezza per la scomparsa di un maestro del giornalismo come Vittorio Zucconi. Nel mezzo la salamoia di delusione e rabbia per le recenti polemiche su un’antimafia tutta riflettori e selfie che ha imbrattato una memoria che doveva restare immacolata.

Il furto delle parole è un delitto, contro la storia e contro la sua emanazione più pratica che è la memoria. Ogni volta che un racconto viene sottratto ai suoi legittimi destinatari, si forma una crepa nel grande muro che ci tiene al riparo dalla barbarie, quello della verità.

La morte di Zucconi segna per un giornalista della mia generazione la fine dell’illusione più concreta, e cioè che la penna possa essere spada e scudo e che tutto sia meravigliosamente possibile finché lo si può raccontare senza una pistola alla nuca. La storia de “I traditori” mi dice che c’è ancora un Paese che nella sua sete di verità sceglie di abbeverarsi a una fonte scomoda da raggiungere anziché attaccarsi al primo rubinetto dei social. Le polemiche sulle commemorazioni del 23 maggio mi suggeriscono di smetterla con la prudenza quando ci si trova dinanzi agli altari dell’antimafia ottriata. Ed è – badate – anche qui una questione di narrazione. Il protagonismo ammazza persino la migliore delle intenzioni e forse è il caso di ripensare, laicamente senza fare sconti a nessuno, il sistema delle santissime celebrazioni dell’anniversario della strage Falcone. Perché siamo arrivati a un punto in cui la vanità è l’art director di manifestazioni in cui si evidenzia sempre più – grottesco – il divario tra vittime di serie A e vittime di serie B, tra carrieristi e portafascicoli, tra politicanti in cerca di uno strapuntino e ingenui portatori d’acqua. Chi racconta per mestiere deve tenere conto di tutta questa congerie di nefandezze prêt-à-porter, assumendosene le responsabilità.

Una cosa è la cipria, un’altra sono le ceneri.    

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