C’è una teoria molto personale che i miei amici più cari, diciamo quelli che si contano sulle dita di una mano, conoscono bene perché è (stato) un tema di grande discussione.

È la teoria dell’uscita di sicurezza.

Consiste in questo. Quando sei felice, realizzato, appagato, soddisfatto e via andando di sinonimi, non dimenticarti mai di guardarti intorno e di visualizzare l’uscita di sicurezza. Non la imboccherai, non ti servirà mai, magari ci riderai su, ma è fondamentale vederla. Perché è facile cercarla quando sei in difficoltà o in stato d’allarme, lì non c’è bisogno di nessuna teoria: bastano due gambe forti e la determinazione di dirsi “pronti, via… scappare”.

La vera visione strategica della felicità (o, come dico sempre, del suo surrogato), la weltanschauung realmente efficace del sentimento applicato alla cronaca, cioè ai cazzi di ogni giorno per evitare di finire lobotomizzato nella logica “Mulino Bianco”, è quella che ci rassicura quando non ne abbiamo bisogno.

Capisco che è un concetto non semplice da spiegare, ma credo anche che sia semplicissimo da intuire. La teoria dell’uscita di sicurezza non ci mette in fuga, ci evita l’intorpidimento dei sentimenti, ci comunica con la sua semplice evidenza che tutto è possibile anche quando non ci serve altro di possibile (o ci illudiamo che così sia). La felicità (o il suo famigerato surrogato) vive di contrasti, non è mai assoluta: è un tramonto dopo una giornata assolata e prima del buio; è un bacio che vuole diventare altro o che mai lo sarà; è persino una delusione che non si è trasformata in disastro. C’è un solo modo per darle la giusta cornice, ammirarla in un orizzonte di libertà dove c’è un minuscolo puntino, una porticina, che dà su un’uscita che probabilmente non imboccheremo mai. Ma che c’è, esiste ed è meraviglioso che ci sia.  

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