L’extended version dell’articolo pubblicato su Repubblica.

C’è sempre un mistero insondabile nel cuore di un clochard, nell’ultimo degli ultimi che sopravvive di carità quindi di una solidificazione dell’amore. Riguarda un inizio o una fine, uno spettro o un traguardo, una fuga o un riparo. Le storie di chi ha scelto di vivere senza storia sono la crosta più insondabile del pianeta della mente dove ricchezza e povertà hanno lo stesso valore, amore e odio si annullano a vicenda, fiducia e incredulità evaporano nel calore artificiale dell’alcol o chissà quale altro additivo. E invece, nonostante noi e i nostri filtri di benessere a portata di mano inguantata, c’è un livello di libertà tra il tutto e il nulla, lo Yin e Yang del sistema di relazione convenzionale, che rende possibile e affascinante ciò che altrimenti potrebbe essere catalogato come follia.

Il mistero di Aldo, il barbone ucciso sotto i portici di piazzale Ungheria a Palermo, si è disvelato subito dopo la sua morte quando una piccola processione di cittadini non griffati socialmente ha lasciato trasparire l’affetto per quell’uomo che passava le notti in un giaciglio di cartone. La barista che ogni giorno gli portava la colazione, l’artista che gli chiedeva cosa gli servisse per poi sentirsi rispondere “niente grazie”, il negoziante che ogni mattina scambiava quattro chiacchiere con lui.

In un miracoloso do ut des di dignità, Aldo e le persone che gli elargivano attenzioni erano attenti ciascuno a non invadere la coscienza dell’altro. Solo chi non conosce la landa del disagio interiore, chi non è mai incappato nel buio della mente, chi non ha mai ascoltato le domande mute di chi invoca rispetto per una scelta anche folle, può derubricare tutto in emergenza abitativa o assistenziale. Non c’è nulla di più difficile che aiutare chi non chiede l’aiuto che merita, non c’è nulla di più meraviglioso che dare una mano senza che la mano si veda (a patto di non simulare).

Il mistero di Aldo si è disvelato tranciando i cavi del perbenismo più becero, quello che elemosina ma non nutre, e configurando una forma altissima di rispetto, quella per la scelta in sé qualunque essa sia. Sapete una cosa? La gente è migliore di quanto possiamo pensare. Il male della menzogna, il rifiuto inorganico del pensiero (quello più inquinante), la violenza dell’ignoranza hanno un impatto fortissimo sul tono emotivo dell’opinione pubblica. Perché un popolo preoccupato, soprattutto se artificialmente, è più sensibile a rassicurazioni basic che non necessitano di troppi argomenti.

La carovana di umanità garbata al capezzale di cartone del clochard ammazzato (pare da due balordi minorenni) ci rivela oggi che si può marciare silenziosamente in ordine sparso per un ideale di carità discreta. Nell’Italia del “prima gli italiani” c’è un manipolo di anarchici che guardano l’altro, il più debole, senza ostentare sui social, che non si trincerano dietro un’elemosina di cittadinanza ma chiedono semplicemente “che ti serve?”. E come epitaffio la risposta: niente, grazie.       

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