Ennio che pianse

C’è poco da dire quando ci si ritrova davanti a un addio non concordato, come quello in cui una persona che credevi immortale ti spiazza col più atroce dei colpi di scena.
Ennio Fantastichini per me (e mi prendo la presunzione di dire per tutti i “ragazzi” del gruppo delle “Parole Rubate”) era la roccia ferma e sicura nel mare dei mille dubbi che ti prendono quando, qualunque sia il tuo ruolo, c’è il palcoscenico di un grande teatro da affrontare. Ma questa sua solidità non gli impediva di cedere all’emozione, di essere uomo fragile interprete di uomini forti. Appena atterrato a Palermo, venne in teatro a provare il testo. Alle ultime cartelle si commosse senza vergogna. La stessa libertà di lacrima la rivendicò per tutte le recite: c’era un momento in cui l’uomo fragile prendeva il sopravvento per raccontare la storia di uomini forti e allora Ennio piangeva ma non si fermava, portando a termine il suo lungo monologo con gli occhi fieri di un luccichio che veniva dall’anima.

Poco da dire, come promesso. Perché in fondo vale sempre quel paradosso beffardo che sembra fatto apposta per questa èra di socialità obbligatoria e sentimenti condivisi: il dolore non è quello che dici ma quello che taci.

  

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