La realtà che presenta il conto

Gli ultimi giorni di viaggio sono lancinanti nella contrapposizione di sentimenti. Da un lato c’è il gusto di un imminente ritorno a casa, al proprio letto, alle proprie abitudini alimentari, dall’altro il rimpianto per qualcosa che è irrimediabilmente finito. Come se due forze opposte ti tirassero per le braccia: la pasta della mamma e le spiagge delle Lofoten; il tuo cuscino preferito e la rocca di Capo Nord; le geometrie rassicuranti del tuo appartamento e la birra su quel lago finlandese col sole che non tramontava mai.
Ma bisogna avere a che fare con la realtà, che se ne frega del sentimento e, come l’oste, chiede sempre il conto. La visita al campo di concentramento di Auschwitz e a quello di sterminio di Birkenau ha segnato fortemente il mood di questi sgoccioli di vacanza. Che ovviamente non è mai stata vacanza in senso classico, ma esperienza, prova, avventura: altrimenti me ne andavo al mare a sollevare cocktail, attività peraltro nobilissima.
Avevo avuto occasione di visitare il campo di Dachau, qualche anno fa, ne avevo tratto l’orrore che serve per vincere la battaglia contro le nostre miserie quotidiane. Auschwitz e Birkenau sono un passo avanti verso il baratro, sono la crudeltà nella quale immergersi non solo per esplorare l’abisso di un genocidio, ma per capire dove questo mondo ci vorrebbe portare e dove, costi quel che costi, non dobbiamo mai più andare. Sono insomma una chiave di lettura di tremenda attualità poiché la storia delle atrocità non va mai declinata al passato.
La realtà è anche fredda meteorologia. La Repubblica Ceca in questo periodo ha piogge a chiazze, cioé a compartimenti scientificamente separati. Tipo, sei in autostrada e ci sono 34 gradi. Un chilometro dopo incontri un acquazzone e la temperatura scende vertiginosamente a 17 gradi. Un altro chilometro più avanti torna l’afa e così via sino a quando non ci fai più caso e il microclima dentro il casco diventa simile a quello di una serra del pomodoro di Pachino.
Va detto che le bizze del tempo sono una costante di un viaggio del genere, dal sud al nord dell’Europa, ma – non è un segreto – va detto anche che sono più sopportabili quando si è lontani da casa. Così, con una forte perturbazione in arrivo stasera abbiamo deciso di anticipare il rientro di un giorno. Siamo in tre e io ho il navigatore fuori uso. La tappa di domani è Praga – Chiusa, 640 chilometri: sin quando si guida e non si nuota va bene. Poi sarà la volta di Genova con la nave per Palermo. E lì l’acqua finalmente sarà al posto giusto.

8-continua

  

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