Padre e figlio, una lezione

Padre e figlio sul palco. Chitarristi. Ti aspetti – da indemoniato della musica – una minestrina tiepida condita di buone intenzioni, brodaglia familiare, emozioni insipide. Del resto quale padre non sogna di poter suonare col proprio pargolo, costi quel che costi? E invece l’altra sera al Blue Brass, grazie a un assist di Fabio Lannino, Vincenzo e Matteo Mancuso hanno frullato e sconvolto tutte le aspettative.
Papà Vincenzo, musicista di lungo corso dalle collaborazioni che valgono da sole almeno un paio di vite vissute, ha fatto sì il papà, ma senza far mai pesare il ruolo. Il giovane Matteo, promettente virtuoso della chitarra, ha fatto il figlio accelerando senza mai sollevare polvere. Il risultato è stato un concerto godibile e coinvolgente come pochi di questo genere: anche tecnicamente perfetto.
Sono molto sensibile ai messaggi criptati della musica poiché, come ho già abbondantemente scritto, la musica mi ha salvato la vita più volte. Nei momenti difficili come in quelli felici, c’è sempre stata una canzone che stendeva un tappeto sotto i miei pensieri e mi faceva sdraiare lì, da solo anche quando ero tra la folla, nudo anche quando ero bardato di tutto punto sul Monte Bianco, sorridente anche quando piangevo a fontane.
Ecco, nella musica di questo padre e di questo figlio c’è tutto il segreto impenetrabile dell’armonia indotta da tre accordi, una pentatonica (che è un po’ l’esperanto dell’improvvisazione) e dal feeling conseguente.
Felicità è anche sapersi regalare una colonna sonora. A sorpresa.
Però in questo caso siete avvisati. Cercateli.

  

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