Gli incappucciati del web

L’articolo pubblicato ieri sul Foglio.

Sino a qualche anno fa il dilemma del web era: nickname o nome e cognome? Cioè libertà di opinione senza i laccioli delle questioni anagrafiche (il valore di un commento prescinde da chi lo esprime) oppure certificazione blindata dell’autore (un commento senza maschera vale di più)?
Non si era ancora scatenata la pandemia delle fake news e la rivista statunitense The Atlantic s’interrogava sull’alchimia giusta per “far emergere i contenuti di valore isolando il rumore di fondo” ed evitare di cadere nel tranello secondo il quale i commenti anonimi sono scadenti mentre quelli firmati sono un surrogato dei versetti della bibbia. Era il 2011 e il sito del New York Times metteva in campo i cosiddetti trusted commenters, cioè “commentatori affidabili” che avevano licenza di dire la loro senza passare dalle forche caudine della moderazione.
Oggi le cose sono cambiate, come se fossero passati vent’anni. L’antica maldicenza, che aveva già trovato megafono nei blog, ha invaso intere lande di internet come una malapianta che accerchia e soffoca. Mentre lo sfogo del frustrato ha perso il volto del suo autore nel cammino senza pietà verso la gogna mediatica.
Benvenuti nell’èra degli incappucciati del web.
Nel suo saggio “I mercanti dell’attenzione” (“Attention Merchants”) Tim Wu, professore della Columbia Law School, sostiene che attirare e rivendere l’attenzione è stato il modello fondamentale di molte imprese, dai manifesti di Parigi di fine Ottocento all’invenzione dei giornali di massa, cioè quelli che basano il loro principale guadagno sulla pubblicità e non sulle vendite, sino alle tv commerciali dei giorni nostri. Facebook fa parte di questa tradizione pur senza aver scoperto nulla: infatti non ci sono concetti nuovi alla base della sua creazione, laddove persino l’idea dell’album fotografico realizzato da e per gli studenti universitari era ben nota prima dell’ingresso in campo di Mark Zuckerberg. Secondo Wu il colosso di Menlo Park “ha un rapporto tra invenzione e successo straordinariamente basso”. Eppure nel 2014 il New York Times ha calcolato che ogni giorno l’umanità passava complessivamente 39.757 anni su Facebook. Tradotto in altre cifre, quasi quindici milioni di anni di manodopera gratis all’anno. E allora il social network aveva solo 1,2 miliardi di utenti, figuratevi oggi che di utenti ne ha due miliardi, con un incremento del 18 per cento all’anno.
Per provare a spiegare il segreto di tanto successo può essere utile ripescare il concetto di “desiderio mimetico” del filosofo franco-statunitense René Girard. Scrive John Lanchester su London Review of Books: “L’uomo nasce col bisogno di nutrirsi e ripararsi: una volta soddisfatte queste necessità fondamentali, inizia a guardare quello che fanno e che guardano gli altri”. In quest’ottica l’imitazione è alla radice di ogni comportamento. “La concezione molto cristiana di Girard vede la natura umana corrotta dal peccato originale. L’uomo non sa cosa vuole o chi è, non ha valori e convinzioni, ha solo l’istinto di copiare e confrontare. È l’homo mimeticus. Desideriamo ciò che desiderano gli altri perché imitiamo i loro desideri”. Insomma siamo una banda di sfigati, guardiamo gli altri perché non sappiamo guardare in noi stessi. Vuoi che tutto ciò non sia l’ideale per Facebook? Ecco premiato dal pubblico il primo business esclusivamente fondato sul bisogno di guardare gli altri e magari farlo usufruendo di una nuova forma di anonimato che ha del paradossale: incappucciati con nome e cognome. E magari una determinata formazione politica di riferimento. La peculiarità dei componenti di queste bande mascherate virtuali è che la loro identità è talmente qualunque da renderli invisibili sin quando non rivelano la loro aggressività. È il caso del tale che sui social network diffonde notizie tipo quella della Boldrini e della Boschi che avrebbero presenziato ai funerali di Totò Riina, un aggressivo Signor Nessuno venuto dal nulla che mira, colpisce, cambia cappuccio e se ne va.
Nel passaggio dall’agorà ai bunker ideologici del web è impossibile (o quasi) sapere da dove origina una bufala e chi l’ha messa per prima in circolazione. Per un semplice motivo: Facebook non ha alcun interesse economico a dire la verità e a svelare le fattezze degli anonimi. Addirittura Zuckerberg tre anni fa – per primo nella Silicon Valley – fa ha creato una funzione che permette agli utenti di collegarsi in modo anonimo attraverso Tor (di cui parliamo più avanti) con connessioni crittografate. Per capire meglio questa politica internazionale di aiuti ai “senza volto”, metafora grottesca per un social che usa proprio i volti per “connettere il mondo”, è utile tornare all’articolo di Lanchester e soprattutto riesumare uno dei comandamenti di internet: se una merce è gratis, allora la merce sei tu.
“I clienti di Facebook non sono gli utenti – scrive Lanchester – ma gli inserzionisti pubblicitari che sfruttano il network per la sua capacità straordinaria di indirizzare gli annunci a un pubblico scelto in modo fantascientificamente preciso. Quello che interessa al social network è fare arrivare il messaggio alle persone giuste, non il contenuto. Se l’unico interesse è mettere in contatto le persone, perché occuparsi delle bugie? Le bugie possono essere meglio della verità, perché aiutano più velocemente a individuare persone che la pensano allo stesso modo”. È il senso di complicità che deriva anche dal lasciarsi accarezzare dalla delicata ebbrezza dell’anonimato.
Ma il web consuma politiche editoriali e strategie di marketing di secondo in secondo e, come una frase scritta sulla sabbia, basta una nuova onda a spazzare tutto. Nell’agosto scorso sempre il solito Zuckerberg – per anni Facebook assieme a Google aveva fatto orecchie da mercante davanti ai governi di mezzo mondo che gli chiedevano decisioni cruciali contro il dilagare delle fake news – ha finalmente preso coscienza del problema: “Non possiamo creare una comunità informata senza giornalisti”, ha scritto in un post, “se sempre più persone leggono le notizie in luoghi come Facebook, noi abbiamo la responsabilità di contribuire a fare in modo che tutti abbiano una comprensione adeguata delle cose. Ma sappiamo anche che le nuove tecnologie possono rendere più difficile per gli editori finanziare il lavoro dei giornalisti, sui cui tutti noi contiamo”. Per questo ha lanciato il “Trust Project”, un consorzio di 75 testate giornalistiche americane ed europee che hanno elaborato otto “indicatori di fiducia” in grado di consentire la valutazione della loro affidabilità. Il progetto è guidato dalla giornalista Sally Lehrman, a capo del programma di Etica del giornalismo al Markkula Center For Applied Ethics della Santa Clara University. In pratica le aziende editoriali che aderiscono al piano si impegnano a esibire un “Trust Mark” accanto alle testate i cui articoli vengono condivisi sulle varie piattaforme. E tra gli indicatori – chi finanzia la testata, la sua mission, le fonti di approfondimento dell’articolo, i metodi di raccolta delle informazioni – ce n’è uno contro l’anonimato degli autori: chi scrive, perché proprio lui, cos’altro ha scritto. Insomma, un fiammifero acceso nel buio della trasparenza negata.
Nel suo romanzo “La prossima parola che dirai” Chiara Bottini esplora i sentieri infuocati dell’amore virtuale che nasce senza l’elemento fondamentale del volto da guardare, toccare, baciare, e lo fa con la più crudele delle contrapposizioni, una storia fisica e clandestina della clandestinità più classica, quella dei colleghi di ufficio amanti. Il romanzo pone una domanda cruciale nel nostro Sottosopra di carne e byte, di umori e clic, di poesia ed emoticon: è più vero l’amore con un persona che puoi toccare, senza mai afferrarla, o quello con un’entità semi anonima fatta soprattutto di parole, che però possiedi e ti possiedono sino in fondo?
L’anonimato online è un business soprattutto in tema di sesso. Il poter godere senza mostrarsi moltiplica le fantasie e gli introiti dei siti porno. “Viviamo nell’età dell’oro della creatività sessuale, un rinascimento erotico che non ha precedenti nella storia del genere umano”, scrive Maureen O’Connor su New York Magazine. “Nel giro di pochi minuti è possibile assistere a più erezioni di quelle che chi partecipava alle orge alla corte di Caligola poteva vedere in una vita intera. Ma il punto non è solo quello che vediamo: ognuno di noi ha la possibilità di riprodurre, condividere, reinventare ciò che vede”. Pornhub è il sito porno più importante del del mondo. Ogni giorno transitano sulle sue pagine 75 milioni di persone nel più sereno ed eccitante anonimato. Negli Usa Pornhub ha più visitatori del sito del New York Times, del Washington Post e di Buzzfeed. Si compone di oltre dieci milioni di video e per vederli tutti è stimato che ci vorrebbero 173 anni.
Gli incappucciati del web girano in branco e specie i più giovani frequentano la piazza di Ask, una rete sociale basata sul meccanismo domanda-risposta, un meccanismo apparentemente innocuo che invece ha un lato oscuro molto pericoloso. Il servizio è basato principalmente sull’anonimato: gli utenti possono scrivere le domande sulle bacheche altrui e seguire i propri amici senza che loro lo sappiano. Le cronache internazionali degli ultimi anni hanno spesso narrato di episodi di bullismo legati ad Ask. Addirittura nel 2013 dopo il suicidio di una quattordicenne del Leicestershire, sommersa di insulti e inviti all’autolesionismo scritti sul suo profilo, l’allora premier David Cameron chiese di boicottare il sito. Anche in Italia, a Padova e nel Torinese, si sono verificati casi simili. Nel 2014 sul Washington Post Caitlin Dewey spiegò addirittura come la piattaforma venisse utilizzata dall’ISIS per reclutare giovani combattenti da mandare in Siria a fianco dei jihādisti.
Muoversi in modo perfettamente anonimo non è semplice. Un esperimento relativo alle carte di credito è stato condotto da Science nel 2015. Un gruppo di ricercatori ha esaminato i dati relativi alle carte di oltre un milione di persone usate in diecimila negozi per tre mesi. I dati, forniti da una banca di un paese dell’Ocse, erano stati depurati da nomi, indirizzi e altre informazioni che potessero in qualche modo far risalire al titolare. È bastato incrociare una serie di eventi, elaborare le abitudini di spesa che sono quasi una nostra impronta digitale e frullare tutto con l’ausilio di un algoritmo per identificare il novanta per cento dei titolari. Scrive Science: “I ricercatori fanno l’esempio di Scott, di cui si sa che è andato dal fornaio il 23 settembre e al ristorante il 24. Per trovare la sua carta basta cercare nell’insieme dei dati di chi è andato nei due negozi nei due giorni. A quel punto si può ricollegare a Scott la carta di credito con tutti gli altri dati che contiene”. L’operazione diventava ancora più semplice conoscendo l’ammontare della spesa. Dall’esperimento sono emerse anche due dati singolari: le donne sono più facilmente identificabili degli uomini, poiché il pattern di spesa è più caratteristico; e stessa caratteristica è stata riscontrata nelle persone ad alto reddito. “Di conseguenza eliminare i nomi da un insieme di dati finanziari personali non è sufficiente a renderli anonimi”, ha concluso Science.
Nel web la situazione è un po’ diversa, tant’è vero che gli incappucciati contano più sulla viralità del loro messaggio storto, sulla potenza della fandonia e sulla verginità della vittima che sulla segretezza vera e propria del loro account. Ma, secondo il divulgatore informatico Salvatore Aranzulla, bastano poche mosse per calarsi la maschera sugli occhi e magari accedere al deep web, “cioè tutta quella parte di web non indicizzata dai motori di ricerca che non si può trovare con una semplice ricerca in Google”. Basta utilizzare Tor, scrive sul suo blog, “un browser gratuito che rende impossibile l’identificazione del PC connesso a internet in quanto ‘rimbalza’ la connessione su vari computer sparsi in tutto il mondo”.
Una sana voglia di segretezza e un’umanissima curiosità animano da sempre le fantasie di adolescenti e adulti. Dal fermoposta al buco della serratura la storia intima di generazioni non si è mai contaminata di veleni come oggi. Per questo, a fronte di grandi progetti per la sicurezza online e di sacrosante campagne contro le fake news, vale comunque la buona creanza. Che non necessita di aggiornamenti software né di connessioni ultraveloci: chi vuole parlare con te ci mette la faccia, chi ti vuole aggredire no.

  

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