La nostra febbre del sabato sera

L’articolo di oggi su Repubblica Palermo.

Nella Palermo delle grandi comitive, la “Febbre del sabato sera” contribuì a dividere la città in mandamenti del divertimento. Era la fine degli anni ’70 e Salvo Licata ammoniva, con la cifra di schiettezza e cinismo che lo fecero gigante di scrittura e arte di sopravvivenza: “Statevi arrasso da queste contrade percorse da proiettili vaganti”. Si sparava eccome, eppure Palermo sembrava davvero una capitale dei giovani ante litteram, giacché i giovani c’erano e si vedevano per strada, nelle piazze, debordavano dai marciapiedi col loro armamentario di Vespini e maglioni lunghi. Ogni gruppo aveva il suo territorio, manco fossimo nel Bronx o nei vicoli di Montmartre dove un metro di distanza significava divergenze di coltello o di pennello. E ogni gruppo aveva il luogo di culto nel quale celebrare i riti di affiliazione, di congiungimento, di guerra. La discoteca.
Prima di Tony Manero si ballava e si socializzava, ma la dimensione più consona era quella del night. Un esempio per tutti, il Mirage di Sergio Caminita: un luogo di rarefatta definizione dove la musica c’era, ma era contorno e dove il trasversalismo di quel primordiale popolo della notte era una livella sociale. Con la “Febbre del sabato sera” noi adolescenti scoprimmo la forza aggregante della discomusic, inventata da un italiano di Ortisei, Giorgio Moroder, che quasi in contemporanea con le note sempiterne di “Night Fever” gettava in pista una bella ragazza nera, Donna Summer, e la faceva ansimare con “I feel Love” dando corpo e soprattutto ritmo alle tentazioni di “Je t’aime… moi non plus” che era bella sì, ma per noi vecchia e noiosa.
Si andava in discoteca il pomeriggio, la sera era riservata ai i più grandi e, in alcuni locali, al pubblico di altro pedigree sociale.
C’era lo Speak Easy di Salvino Vaccaro, il tempio spesso irraggiungibile per noi plebe sbarbatella in cui regnava Gaetano Palazzo, il dj dei dj.
C’era il Cyrano, più accessibile e dotato di una forza strategica che faceva la differenza nelle nostre esistenze: a metà pomeriggio in quello scantinato riattato di viale Lazio si concedeva grande spazio ai lenti, l’unica ragione di vita adolescenziale dopo una settimana di compiti a casa e di astinenza relazionale.
C’era il Cerchio, la prima discoteca a Palermo con due piste da ballo. Un casino infernale dato che la musica si mescolava creando un piacevole effetto di straniamento (potenza della giovinezza analogica, oggi sui social network sarebbe stata una catastrofe). In fondo l’importante era ballare e sognare di saper ballare.
C’erano i locali di Santi Bisanti, patron che cantava pure (resta impigliato nelle reti della minima storia palermitana il suo 45 giri “Summer Love”, un brano acchiappa-femmine da noi snobbato per motivi anagrafici). Suoi erano il Flashy Sound, poi Anyway, e il Waikiki di Mondello, dominio incontrastato delle bande dai capelli a caschetto.
C’era il Grant’s che si aprì alle influenze del punk con esperienze tipo “The Grant’s Rock’ n’ Roll Swindle” (titolo mutuato dai Sex Pistols).
C’era lo Shazam di Giuseppe Cammarata, che era pure barone e che s’inventò i martedì new wave e i mercoledì rock. La sua vita finì in una fredda notte di dicembre del 1984 con una scarica di P38 alla faccia e al torace.
C’era insomma quel gran fermento che nel passaggio tra gli anni Settanta e il decennio seguente si sarebbe trasformato in altro, consegnando le redini del divertimento a locali di diverso genere: un esempio per tutti il glorioso Malaluna. Come ogni febbre passeggera, quella del sabato sera se andò senza lasciare troppe cicatrici. Complice anche il cambiamento di rotta della musica internazionale, a Palermo si ballò sempre meno. Gli ex ragazzi degli anni Settanta avevano un gene che li rendeva inattaccabili dal senso del ridicolo quando si dimenavano come John Travolta, vestiti alla John Travolta. Crescendo, quel gene si spense senza però intaccare la memoria dei passi impacciati in pista, sotto i coriandoli di luce delle stroboscopiche. Per questo, e per altri motivi che hanno a che fare col contegno e la buona creanza, oggi il posto più affollato nel quale è consigliabile ascoltare “You Should Be Dancing” è la doccia di casa.

  

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