In difesa delle parole (e di noi drogati di parole)

Non c’entra Nanni Moretti, ma piuttosto Rudyard Kipling che giudicava le parole come la più potente droga usata dall’uomo.
Io sono sempre stato un drogato in tal senso. E come ogni drogato sono stato piagato dalla sostanza stupefacente e dai suoi effetti collaterali.
Ho sempre combattuto contro il famoso detto siciliano secondo il quale “la migliore parola è quella che non si dice” e, non certo solo per mestiere, di parole ne impastate davvero tante. Tutte scritte. Perché quelle scritte sono le più preziose: e non c’entra il ragionieristico scripta manent, ma la differenza che passa tra un castello di sabbia esposto all’onda insidiosa e un frangiflutti solido che l’onda la respinge.
Sin da bambino quando dovevo usare parole importanti, che erano soprattutto quelle della felicità o della rabbia (nel mezzo c’è una landa di tiepidezza poco interessante per un adolescente non ancora lobotomizzato dai cellulari), io scrivevo. A mia madre soprattutto, per felice consolazione o rabbiosa contrapposizione. Ma scrivevo anche usando altre parole, quelle della musica ad esempio. O della cinematografia con la mia cinepresa super8. Se dovevo manifestare interesse per qualcosa o per qualcuno, l’ultima cose che mi veniva in mente era quella di farlo a voce.
Ricordo la mia prima dichiarazione d’amore. Non avevo nulla su cui o per scrivere, ero un adolescente timido, pieno di capelli e di complessi: dissi alla ragazzina che pendeva dalle mie labbra, “per quella cosa va bene”. Il riferimento era al tam tam della comitiva che mi riferiva che la tipa era inopinatamente cotta di me.
Una frana insomma.
Da allora imparai a girare sempre armato di attrezzi che avrebbero potuto fissare su un supporto le parole che servivano. Coltellini con cui incidere (vergogna!), pennarelli con cui imbrattare (vergognissima!), penne con cui marchiare un tovagliolino, un sottobicchiere, una cartina di sigaretta, una banconota, registratori a nastro su cui fissare diari di viaggio (quante cassette Basf ho in cantina!). Sino a oggi quando tutto è più semplice e poco eccitante tra smartphone e computer, ma va bene lo stesso.
Mi è capitato ogni tanto di trovarmi a corto di parole, ma è accaduto sempre quando ero a corto di penne, computer, carta. E purtroppo avevo qualche colpa tremenda da espiare. Forse è un meccanismo di induzione o più semplicemente è una forma di nevrosi (l’ennesima).
La parola per quelli della mia stessa congrega è come la sigaretta (solo che dalla sigaretta ci si può separare): non c’è mai occasione per farne a meno. Sei allegro? Scrivi. Sei triste? Scrivi. Sei solo? Scrivi. Sei in compagnia? Scrivi. Ami? Scrivi. Odi? Scrivi.
Quando a una coppia di cari amici, tanti anni fa, è nata una figlia, la prima cosa che ho fatto non è stato mandare i fiori, ma scrivere una lettera. Non a loro, alla nascitura.
Quando ho rotto sodalizi o ne inaugurato di nuovi c’è sempre stato un foglio (più o meno digitale) a sancire la solennità del momento.
Quando è stato il tempo del matrimonio o del funerale, non sono riuscito a pronunciare nulla, ma mi sono chiuso nel mio studio a scrivere forsennatamente. Ed è tutto ancora lì, per fortuna. A testimonianza che le parole non sono parole e basta – e chi lo dice è incolto o in malafede – ma sono sublimazione di fatti. Come la spremuta di un frutto che resta e nutre, mentre il frutto esausto si butta subito.
La parola è la migliore intenzione nella sua forma più ingenua, quindi meno corruttibile. Quella del sogno che si avvera o dell’incubo che si può sconfiggere.
Altro che diamante, una parola è per sempre.
Nel bene e nel male.

  

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