Il Vespino “truccato” che regalava la libertà

L’articolo di oggi su Repubblica Palermo.

Pippo Termini, Totò Chiarelli, i fratelli Affaticato, Antonio Scimone, Gino Buttiglieri, Totò Morreale, Andrea De Caro, Ciccio Candela. Nomi rombanti nella Palermo degli anni Settanta, nomi di persone che erano in grado di cambiare la vita di un adolescente. A patto che ci fosse un Vespino di mezzo. Erano meccanici, anzi maghi della meccanica, in un’epoca in cui l’alesaggio di un cilindro era direttamente collegato al motore dell’autostima di un quattordicenne.
A quei tempi la Vespa 50 usciva dalla fabbrica con un’odiosa marmitta a cassetta e la precisa consegna di non superare i 30 all’ora. Ora mettiamo da parte tutte le giuste obiezioni sul rigoroso rispetto dei codici, tanto la prescrizione non esiste solo per politici e potenti, e facciamo pace con la storia ammettendo che chi non si faceva truccare il Vespino era considerato uno sfigato. I rischi c’erano, eccome: da quello legato alla sicurezza (basti pensare all’impianto frenante tarato sempre sui famosi e umilianti 30 all’ora) a quello prettamente normativo con multe e sequestri che fioccavano a ogni incrocio di strada. E proprio per evitare i controlli dei vigili urbani si sviluppò un’intesa globale tra tutti i vespisti della città: chiunque voleva segnalare un posto di blocco aveva un gesto inequivoco con cui lanciare l’allerta a distanza, portare due dita al naso. Era il segnale di massimo allarme. Il vigile urbano più temuto di tutti i tempi si chiamava Bonfante, di lui restano più leggende che testimonianze: ricordo che una volta mi fermò a Mondello e se ci penso, a distanza di quarant’anni, mi tremano ancora le gambe.
Le opzioni di modifica al motore più in voga erano due: portare la cilindrata a 90 oppure a 125. “Ma ho testimonianza di una Vespa 181 preparata da un meccanico di Monreale”, racconta Luigi Lodetti, appassionato di motori e gran conoscitore dell’ambiente dei preparatori.
Il meccanico era una via di mezzo tra il mentore e il trainer: il tempo passato con lui era sottratto alla scuola, alla fidanzata, alla responsabilità, ma era probabilmente un dazio da pagare alla giovinezza di noi maschietti. Un’officina, in quei tempi analogici, era un luogo dal fascino clandestino, pieno di misteriosi ingranaggi unti. Un luogo in cui si trasformava un inanimato marchingegno di lamiera in un fiero destriero. Per volare liberi oltre il muro dei 30 all’ora.

  

One Comment

  1. Ninni Raimondi
    Ott 10, 2018 @ 10:25:24

    Madonna che salto indietro!
    In principio fu il terrore, ma la bellezza di quei tempi sono inimitabili. Noi, artigiani della vita, bevevamo ogni giorno il calice agro/dolce del vivere.

    Bonfante!
    Il mio incubo con il casco bianco a scodella e i baffetti “da sparviero”. Sembrava non avesse altro da fare tutto il giorno. MI fermò, prima di andare a scuola (Frequentavo il Cannizzaro) e mi tenne fermo per venti minuti. Vole verificare tutto: Luci, carburatore e marmitta.
    Affaticato (ricordavo Affatigato, con la G) e i suoi tromboncini.
    Ce n’era un altro di “mago”. Lo chiamavano “Il tappezziere”, in via Catania.
    Mondello era il territorio di caccia di Bonfante.
    Seconda multa (avevo il fanale dietro con la lampadina fusa) , davanti lo “Stabilimento” e una memoria d’acciaio!
    La mia 50 Special, bianca e bellissima, grazie al “tappezziere” e ai buoni uffici di “Manuele” di Via Almeyda, era stata portata a 90cc.
    Quando Bonfanti andò in pensione uno dei mazzi di fiori inviati a casa, con l’augurio di godersi la vecchiaia “da tutti i vespini di Palermo” era anche i mio, credo terza quarta firma, su ventuno.
    Grazie davvero per questa rimptriata lungo il viale delle emozioni.
    Buona giornata

Leave a Reply