Il porno social prima dei social

L’articolo pubblicato ieri su La Repubblica Palermo.

Il porno non è sempre stato com’è adesso. Non è sempre stato facile reperirlo e soprattutto non è sempre stato un affare intimo. Prima di internet, intorno alla metà degli anni Ottanta, ha avuto a Palermo un vero riverbero sociale. Erano gli anni in cui il porno italiano, quello di Riccardo Schicchi, trasformava i cinema in teatri a luci rosse, con spettacoli-bolgia dove per entrare si faceva la coda come allo stadio o in discoteca. In quegli anni sbarcò a Palermo la diva di quel genere, Moana Pozzi, e al giornale si decise che avrei dovuto occuparmene io. L’invitammo per l’edizione mattutina del tg. Quando arrivò, la redazione era stracolma di fan insospettabili: giornalisti che avrebbero dovuto essere in settimana corta, poligrafici, amministrativi e persino un centralinista che teneva sottobraccio un mazzo di riviste porno. Quando gli chiesi ridendo se gli servissero per un ripasso, lui rispose serio: no, le voglio autografate.
Era cambiato tutto.


Dai meandri del cinema Orfeo, clandestino anche nell’architettura (c’era zona per le coppiette, triste quasi come la seconda galleria di Monte Pellegrino), si era passati al primo multisala a luci rosse, l’Embassy.
In quegli anni andare al cinema porno diventò quasi di moda. Un paio di volte al mese ci si incontrava senza nascondersi, si sghignazzava per un paio d’ore con la serena certezza che il vero divertimento sarebbe arrivato non dallo schermo, ma dalla platea. C’era l’appassionato del genere che, sfiancato da due o tre repliche, crollava nel sonno e cominciava a russare senza ritegno. C’era l’avvocato, seduto accanto a un giovane magistrato, che s’innervosiva al primo accenno di dialogo degli attori e sbottava: “Basta parlare, agite! Dottore, è d’accordo?”. E c’erano soprattutto un cinema che non era un cinema, col volume azzerato, una nebbia nicotinica e un’atmosfera più trash che hard.
In quegli anni molte pornostar sbarcarono in città, fatalmente le intervistai quasi tutte. Anche se dopo l’intervista in tv con Moana il mio caposervizio si beccò una lettera di contestazione per il mio abbigliamento: effettivamente non avevo giacca e cravatta, ma con Moana davanti (quasi) nessuno ci aveva fatto caso. Mi sfuggì solo Paola Senatore che un collega incauto portò in giro turistico alla Vucciria rischiando di finire pestato dalla folla eccitata. Una tale Lady Godiva, che affermava di essere inglese e soprattutto assistente sociale, mi accolse nel suo camerino per biascicare quattro inverosimili note biografiche e ribadirmi che per lei il porno era “una passione” (mai incontrata un’attrice hard che affermasse il contrario). Ci ritrovammo in quattro in uno spazio poco più grande di una cabina telefonica. Il mio fotografo urtò qualcosa che cadde con rumore metallico. Piegandoci a turno per non impelagarci tra le grazie della signora scoprimmo che l’oggetto era un vibratore di dimensione umanamente inaudita. “Non ne ho mai visto uno dal vivo”, sussurrò il fotografo con la lingua spugnosa. Nessuno osò mai raccoglierlo.

  

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