Scrivi “cyber” e sei a posto

Mettendo un po’ d’ordine nei miei appunti su fake news e post verità – nei prossimi giorni sarò un po’ in giro a parlarne – mi sono imbattuto in una inchiesta del New Yorker che parte da una considerazione: negli States circola una battuta secondo la quale per farsi finanziare un progetto dal governo basta aggiungere la parola cyber al titolo. Questo perché quando si parla di rischi legati ad attacchi di delinquenti tecnologici, e più in generale di criminalità informatica, pochi conoscono esattamente qual è l’effettivo “campo di gioco” con le sue regole e i suoi trucchi.
La gran parte delle agenzie di intelligence soffiano sul fuoco del pericolo imminente, probabilmente perché devono in qualche modo attestare la propria esistenza in vita (con relativi costi). Inoltre esiste quella che un ricercatore di Harvard, Ben Buchanan, chiama la “leggenda della sofisticazione”: ogni attacco viene descritto sui giornali come estremamente sofisticato, quando spesso non lo è affatto e si è propagato solo per l’inefficienza delle infrastrutture informatiche (vedi aggiornamenti di sicurezza mai avviati in computer di grandi aziende).
Il vero problema in tempi così moderni è la drammatica diffusione dell’analfabetismo digitale. Dall’inchiesta del New Yorker, un dato su tutti: fino al 2013 gran parte dei giudici della Corte Suprema degli Usa, il massimo organo giudiziario del Paese chiamato a dirimere anche questioni di tecnologia, non aveva mai usato la posta elettronica.

  

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