Il felice diritto di essere tristi

Stamattina alla radio ho parlato di tristezza. Ed è finita, come era giusto, con grandi sorrisi. C’è il podcast e se avete tempo e voglia lo potete scaricare qui. Ora però mi piace mettere nero su bianco un paio di pensieri che magari non susciteranno risate ma, mi auguro, semplici pensieri fecondi.
Sono, siamo invecchiati con un pregiudizio: la tristezza è disdicevole, va bannata perché è indice di debolezza.
Com’è tal dei tali?
Bah, un tipo triste.
Che è uno scambio frequente e plausibile quando si parla di sconosciuti. Ma quando questo genere di emozione si infiltra nelle pareti delle nostre vite, e non per tragedie né per eventi luttuosi in genere, è lecito darle una dignità.
In generale non sono mai stato uno triste. Ho sempre detestato le persone che detestano la tristezza: pensate alla politica e ai grandi messaggi di ottimismo che tengono a contrapporre chi ostenta un entusiasmo (magari beota) a chi si abbandona a una perplessità realisticamente tristarella.
Ascolto molta musica, da sempre. E appartengo alla larga schiera di quelli ai quali la musica ha salvato la vita, più di una volta: del resto come pensavate che fossimo sopravvissuti agli anni Settanta?
Conosco molto bene l’assioma secondo il quale quando sei felice ti piace la musica, ma quando sei triste ti interessi dei testi. Eppure lo confesso: sono un triste improvvisato e impresentabile, e dei testi spesso non me ne frega niente.
Se ci pensate bene, quest’emozione è un cortocircuito di memoria e di attualità, è un quadratino della carta millimetrata di un’esistenza. C’è, ma si potrebbe ignorare. Non si misura per estensione, ma per gradi di mancanza. Come sappiamo un millimetro in meno spesso cambia le sorti di un chilometro.
Ecco perché la tristezza – e non la malinconia che come diceva Victor Hugo è “la gioia di sentirsi tristi”, e che quindi è un gol a porta vuota per chi ha una confidenza con le emozioni di un grado appena superiore a un Matteo Salvini – è un’occasione. Vera e determinante. Per guardarsi dentro senza l’ansia di dover fare ordine. Per marcare la differenza dai robot che si muovono con sicurezza sia nella luce che nel buio. Per ricominciare o per guardarsi dal farlo.
La tristezza è il più meraviglioso dei diritti. Te lo prendi da solo e nessuno te lo può negare.

  

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