Perché Rigopiano è una tragedia da film

Raccontare imprese, tragedie, vittorie, sconfitte, scommesse, scandali non è un delitto. È un mestiere che ha varie sfaccettature: lo si può fare con un occhio al qui e adesso su una pagina di giornale, lo si può fare con la lente di ingrandimento per un’inchiesta o un approfondimento, oppure lo si può fare costruendo una storia più o meno liberamente ispirata alla realtà in un romanzo o in una fiction. Funziona così da sempre, da quando è stata inventata la narrazione, cioè la vita.
La levata di scudi contro la fiction di Pietro Valsecchi sulla tragedia di Rigopiano è quindi figlia di un tempo di indignazione prêt-à-porter e anche di un certo pecoronismo in cui non è importante fermarsi a pensare ma seguire il flusso, dichiarare senza esitazione prima che qualcuno arrivi prima. Il disastro dell’albergo sommerso e devastato dalla valanga sul Gran Sasso è innegabilmente una storia incredibile da raccontare, da indagare, da decostruire e rimontare. Perché la cronaca non è colpa di chi la racconta, perché l’anima dei narratori ha il lasciapassare dell’Arte che, come tutti sanno, non si cura dell’etica. E per fortuna!
Se avete tempo leggetevi questo vecchio articolo di Claudio Magris sul mestiere degli scrittori.
Quindi non lasciatevi prendere dalla compulsione di critica e prima di dare un giudizio su questa vicenda pensate ai drammi del nostro tempo che hanno ispirato romanzi, film, serie tv. Li avete letti, visti e vi sono piaciuti o meno. Ma non vi siete sentiti sporchi. Magari perché eravate in era pre-social oppure perché nessuno aveva avuto il tempo e la voglia di piantare il seme del pressapochismo che genera la pianta della superficialità.
Rigopiano è una grande tragedia italiana. Ma può essere anche un gran film o un romanzo ben scritto. Basta giudicare a cose fatte. Recensire le intenzioni è un atto estremo di egoismo. E di ignoranza.

  

2 Comments

  1. marci
    Feb 12, 2017 @ 01:07:11

    Forse lasciare passare qualche minuto? Anche, magari, per capire meglio, invece di cavalcare il momento. Scusa ma mi sembra una forna di puro sciacallaggio. Chiedi alle famiglie delle vittime. Tutto in nome dell ‘arte? Ma quale arte, fiction squallida di livello infimo.

  2. Gery Palazzotto
    Feb 12, 2017 @ 12:56:50

    Perché bisogna chiedere il permesso per raccontare? Senza “Il muro di gomma” la tragedia di Ustica non avrebbe avuto l’eco che meritava. “I cento passi” raccontano la solitudine e il coraggio di Peppina Impastato. E via dicendo. Non è una questione di tempi – quella è una banalità che serve a lavarci la coscienza – ma di modi. Raccontare bene fa bene a tutti. Ai sopravvissuti fondamentalmente.

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