Il caso Tortora e il fattore estate

enzo tortora

Io il caso Tortora me lo ricordo bene. Perché erano esattamente trent’anni fa quando i giudici della Corte d’Appello di Napoli smontarono il castello di accuse, anzi di minchiate che tutti oggi conosciamo. Me lo ricordo perché ero un giovane giornalista e perché era estate anche durante tutto il calvario di Enzo Tortora. Dall’arresto ai retroscena, dall’esibizione delle manette al grottesco filtrare di dichiarazioni di malacarne, dalle odiose esibizioni di certi magistrati al loop delle immagini del re di Portobello decapitato a mezzo giudiziario, era sempre estate che io ricordi. E nei giornali – quando ancora esistevano come promettente sbocco professionale – si entrava d’estate. Me lo insegnò Giuseppe Sottile, il primo caporedattore centrale con cui impattai, io, fresco di ingenua giovinezza.
“La sai la differenza che passa tra un tema e un articolo?”, mi chiese quando, tremante, mi presentai al suo cospetto, al Giornale di Sicilia. “Suppongo di sì”, avrei voluto dire.
“Sì”, dissi con una presunzione che ancora oggi mi fa tremare le gambe.
Lui non si scompose: “Ti do due mesi di tempo per dimostrarmelo” e mi fece cenno di andarmene che aveva da fare. Era il 1983. Ed era estate. Avevo vent’anni, un milione di sogni e un rimorso: non aver cercato prima di studiare la differenza tra un tema e un articolo.
Tortora.
Estate.
Voglia di imparare la differenza tra un tema e un articolo.
Ecco, in quegli anni – leggevo come un ossesso anche dieci quotidiani al giorno – i giornali scrissero temi di infima qualità su Tortora, mica articoli. Io stavo in redazione, di nascosto, perché ero un abusivo almeno sino al 1986 quando riuscii a strappare qualche contrattino di sostituzione grazie a Peppino Sottile che era burbero ma intransigente: se eri scarso ti buttava a mare e voltava pagina.
In quel 1986 era estate e gli altri andavano in ferie.
E c’era il caso Tortora che mi appassionava: ricordo insane serate trascorse a casa, da solo, davanti alla televisione a guardare programmi che parlavano dell’inchiesta. Puro onanismo giornalistico, mentre i miei amici non giornalisti si dedicavano al delizioso opposto dell’onanismo.
E c’era Peppino Sottile che mi sorvegliava: lui mi aveva dato accesso alle sacre stanze del giornalismo, a lui dovevo rispondere, e lui mi aveva affidato a quello che sarebbe stato il mio maestro, colui che avrebbe cambiato la mia vita, Salvo Licata.
Ed era un bel vivere, ragazzi. Perché facevo finalmente quello che ardentemente volevo fare, il giornalista, e avevo qualcuno che si interessava professionalmente a me e alla mia passione per la scrittura, che mi cazziava in modo ragionato e che leggeva tutte le minchiate che scrivevo (allora manco amici e parenti mi filavano, perché mi ritenevano una bestiola a metà tra l’inconcludente e il naia, molti lo ritengono tutt’ora…). Era un bel vivere perché imparavo il male di vivere altrui, attraverso i racconti della cronaca, brutto da dire ma… provare per credere (a quei tempi, senza le cazzate dei social e con tutto il fallace artigianato delle parole incardinate da inchiostro e carta era un altro leggere).
Insomma, a questo pensavo oggi, rileggendo la storia del caso Tortora.
A questo pensavo oggi, pensando a Peppino Sottile e al fatto che mi piace chiamarlo, trent’anni dopo, e potergli dire sapendo di fargli cosa gradita: “Domani a cena insieme?”. Senza più il terrore di prendermi una cazziata.

  

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