La torturatrice

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Mia moglie guarda un servizio in tv sul nuovo iPhone7 e ammicca: “E’ resistente all’acqua”. Io continuo a dedicarmi a un piatto di spaghetti e timidamente obietto: “All’acqua, non a te”.
La storia dell’evoluzione di questo prodotto ipertecnologico è infatti la storia di un enorme fallimento: per quanto la Apple si sia impegnata, non è mai riuscita a spuntarla coi test di collaudo di mia moglie. Se avessimo seppellito tutti i suoi telefoni in un giardino, oggi avremmo una distesa di lapidi che al confronto il cimitero americano di Colleville-sur-Mer in Normandia sarebbe un fazzoletto di terra.
La torturatrice di iPhone ha una fantasia perversa che non conosce decenza: non esiste componente elettronico che non sia stato sottoposto a trattamento crudele. Ha messo telefoni in lavatrice, li ha lasciati cadere dalla moto, ci si è seduta sopra, ha usato gli aggiornamenti come strumento di tortura, da troppo a nulla a seconda delle sue insane pulsioni. L’ultimo modello sopravvissuto, un iPhone6 per il quale paghiamo un mutuo decennale a tasso variabile, pochi giorni dopo l’acquisto fini dritto contro l’asfalto. Vetro disintegrato. Dopo un paio di mesi un problema con l’aggiornamento azzerò alcune funzioni dell’incolpevole apparecchio. In un anno  diventammo quasi testimoni di nozze del titolare del centro assistenza, che quando mi incontra mi bacia come se fossimo parenti.
Ora c’è il nuovo modello che offre anche gli auricolari wireless.
“Hai visto? Sono senza filo”.
“Che te ne fai, amore? Sei pure sorda da un orecchio”.
Sta pensando di chiedere lo sconto, lo so.

  

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