Parola di Guido (il post più bello)

Per indole e per mestiere ho i muscoli del cinismo ben allenati. Leggo, digerisco, smaltisco parole (non sempre in quest’ordine) e, soprattutto su Facebook, lascio che sia il mio cuore bonsai a giudicare cosa salvare e cosa no.
Stilo anche una personalissima classifica delle cose peggiori, ma qui ve la risparmio. Perché è del meglio che voglio parlarvi, anzi è il meglio che voglio farvi leggere.
Il post più toccante e delicato che mi sia capitato di leggere negli ultimi mesi è di un ragazzo che ho visto nascere (lui non si ricorda nemmeno chi sono, ma è così che funziona quando si invecchia: la memoria scava nelle menti più decrepite e mette in salvo quelle più giovani).
E’ un fratello che scrive di una sorella che non c’è più, e lo fa con una delicatezza che fa evaporare anche le lacrime. Che sono la cosa più inutile quando ci si vuole concentrare, perché annebbiano quel che deve essere ben visibile: un pensiero, un’occasione, una mancanza.
Per una volta copio e incollo da Facebook. 

di Guido Morello

Il tempo di lettura è di circa due minuti, si tratta di una di quelle storie che potrebbe strappare qualche lacrimuccia, ma oso dire che si tratta di una storia a lieto fine.
“Forse posso fare un riassunto di quello che mi è successo negli ultimi cinque anni, tra i più turbolenti ma anche formativi della mia vita.
La mia vita era per lo più un susseguirsi di serate in discoteca e piccoli quesiti esistenziali le cui risposte mi interessavano relativamente.
Erano riflessioni per verificare che la mia vita non fosse legata soltanto alla ricerca del divertimento.
Il futuro si presentava tranquillo, come il mare all’alba di una bella giornata d’estate. Nulla lasciava presagire che il tempo sarebbe presto cambiato.
Non so se fa parte del gioco della vita che le situazioni più drammatiche si presentino nei momenti più inaspettati, come per voler forzatamente smuovere le acque di un mare troppo calmo, ma è successo che nella notte tra l’11 e il 12 marzo del 2011, mia sorella Livia, a soli diciotto anni, è morta per un arresto cardiaco. Da circa tre mesi accusava dei dolori al petto, ma nessuno era riuscito a capirne la causa.
C’era chi diceva fossero attacchi di panico, chi d’ansia, chi diceva di non preoccuparsi troppo, che qualche piccola anomalia riscontrata effettuando un eco-cardiogramma era roba da poco.
Ed è quando un fulmine squarcia un cielo così sereno che ti rendi conto di non aver mai visto una vera tempesta.
La pioggia inizia a cadere incessantemente e non è una pioggia leggera. È una di quelle piogge martellanti che non ti fanno dormire la notte perché oltre al rumore dell’acqua che batte incessante sul terreno, ci sono anche i tuoni a ricordarti che non stai sognando e che quello che hai di fronte non è soltanto un incubo.
È vero che dopo la tempesta c’è sempre la quiete, ma nessuno ti garantisce quanto questa tempesta duri. E quando oltre al tuo dolore devi vivere quello ancora più straziante dei tuoi genitori, vi assicuro che non si tratta di veder cadere poche gocce d’acqua.
La ripresa da questo genere di eventi ha il senso dell’eternità, non sai neanche se ci sarà un’effettiva ripresa. Ti auguri di non vivere per sempre quel dolore, speri che un giorno ci sia una risalita ma non sei in grado di quantificare il tempo.
Dopo un primo momento in cui mi sentivo immerso in una realtà troppo pesante da accettare, ho deciso di non affrontare più il problema, ho avuto il totale rifiuto nel credere che tutta quella storia fosse vera.
Ho ricominciato così la vita di prima. Uscivo con gli amici, cercavo il divertimento, incontrai pure una ragazza per la quale persi la testa.
Era chiaro che la mossa del rifiuto era soltanto un palliativo, prima o poi avrei dovuto affrontare il problema, ma il pensiero di dover rivivere quel dolore non mi permetteva di iniziare il processo di guarigione.
Mi limitai quindi a elaborare il dolore internamente, e come in un laboratorio, le mie emozioni si concentravano al massimo per cercare silenziosamente una cura.
Non davo mai a e vedere che potessi star male e alcune persone, in quei rarissimi momenti in cui riuscivo a parlare del fatto, mi dicevano una cosa inquietante ma allo stesso tempo vera: “sembra che tu non abbia mai avuto una sorella”.
Avevano ragione, la mia mente stava utilizzando un meccanismo di difesa che mi faceva credere di non aver mai conosciuto Livia, forse per trovare senza interferenze una soluzione.
Per due anni sono riuscito a gestire bene le mie emozioni, grazie anche al fatto che dovevo terminare gli studi, questo mi teneva la mente occupata.
I problemi cominciarono a sorgere nel momento in cui ero libero dagli obblighi universitari, ho iniziato a pensare al mio futuro, a fare delle scelte sul percorso da intraprendere.
Non ero ancora pronto però per confrontarmi con la mia coscienza, ma ero consapevole che il mio comportamento e le mie scelte sarebbero state influenzate da quella tragica notte in poi.
Dopo essere stato rifiutato da un corso di specialistica per mancanza delle competenze linguistiche, decisi di partire per Dublino per studiare l’inglese. Furono due mesi molto belli e formativi soprattutto dal punto di vista dei rapporti personali: oltre a stringere forti legami con persone con cui tuttora sono in contatto, iniziai a provare un certo gusto nel viaggiare e conoscere nuove persone e culture.
Non per caso, qualche mese dopo, decisi di partire per l’Australia, un’esperienza estrema di quasi un anno, dove mi sono messo alla prova facendo cose che non mi sarei mai aspettato di riuscire a fare.
Trovo però inutile raccontare i dettagli, perché quello che è importante cogliere è il significato di una scelta così istintiva: la morte di Livia mi aveva fatto capire che bisognava osare di più.
Quando ti rendi conto che sei appeso a un filo e che un soffio un po’ più forte può farlo staccare, inizi a reinterpretare la vita.
Cominci a cogliere tutte quelle piccole sfumature che prima venivano filtrate dall’illusione che la morte sia qualcosa di estremamente remoto nel futuro. Ed è quando qualcuno a te molto caro se ne va, che non la pensi più così.
Dopo una parentesi di qualche mese a Londra, dove ho sperimentato la frenesia più pura e la totale mancanza di tempo anche solo per pensare, eccomi qua, a distanza di poco più di cinque anni dall’evento che più mi ha segnato in assoluto, a scrivere su un word e a fare i conti con me stesso.
Posso dire con certezza che durante queste esperienze in giro per il mondo, ho gradualmente dato sfogo alla valvola che teneva chiuso il dolore dentro di me. L’ho alleviato con brevi ma intensi momenti di riflessione, di lacrime, di profonda rabbia.
Per molto tempo non sono riuscito neanche a guardare una fotografia di Livia, adesso ne ho appesa una che ci riprende da piccoli di fronte la mia scrivania.
Non è messa in primo piano, si nasconde un po’ dietro altri oggetti, è una timida ma definitiva conferma che la tempesta si è placata.
Non posso negare che il dolore, seppur diverso rispetto a prima, esiste ancora. Ma quando guardo quella foto non provo più rabbia. La guardo e vedo in quei visi sorridenti e innocenti la massima espressione della spensieratezza, riesco a vedere in quegli occhi un po’ gonfi tipici del risveglio, la gioia per la vita.”

Guido e Livia

 

  

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