La mafia che fa male alla tv

tv fa maleLa mafia nelle fiction fa male all’antimafia? Secondo me, no. La mafia nelle fiction fa male alle fiction se raccontata male. Io ad esempio non guardo “Gomorra” non perché mi appello a un barlume di etica, ma perché non mi piace. Non mi piace, in generale, la maniera italiana di narrare in tv: povertà di sceneggiature, ritmi imbarazzanti, scarsa credibilità dei personaggi.
C’è poi un aspetto particolarmente irritante per chi, come il sottoscritto, è un buon consumatore di fiction d’oltreoceano: l’ossessione del messaggio. Nei nostri prodotti televisivi c’è sempre la smania di consegnare al telespettatore un plico virtuale nel quale sta scritto in bella grafia l’intendimento degli autori. E, badate bene, non si tratta di un (sano) patto di verosimiglianza, ma di una giustificazione quasi sempre pelosa: ti sto raccontando tutto ciò perché tu sappia che questo è male, non ti fare venire in mente strane idee e magari domani ti metti a sparare a poliziotti e magistrati; perché noi siamo i buoni anche quando mitragliamo le saracinesche con le nostre armi caricate a salve; e ricordati che quello che vedi non è sangue vero, ma un liquido rosso speciale che non irrita, si smacchia in lavatrice e fa pure bene alla pelle.

Non funziona così. Non funziona così nel mondo dell’arte, altro che televisione. L’autore non ha etica, è carnefice e salvatore quando e come lo decide lui, è libero di trascinarti nel buio e di decidere se riportarti in superfice o lasciarti marcire nel profondo delle tue meravigliose angosce. Il messaggio rassicurante, l’intento salvifico, visti come passaggio obbligatorio nel transito di un’opera dallo schermo al cervello dello spettatore sono la morte certificata del coinvolgimento. Quindi dell’essenza stessa dell’opera.
E infatti basta accendere la tv e guardare una qualsiasi – ripeto, una qualsiasi – delle fiction italiane (anche quelle più in voga e magari celebrate dalla stampa più connivente, quella in cui scrivono della Rai gli stessi giornalisti che con la Rai collaborano) per trovarsi di fronte non già alla banalizzazione del male, che già sarebbe qualcosa di vagamente letterario, ma alla sua visione involontariamente macchiettistica. Ed è un peccato grave, dato che tutto questo non è gratis.

  

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