L’atroce assassinio del tempo libero

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Avvertenza: probabilmente le considerazioni che seguono le avrete fatte prima di me milioni di volte.
Giustificazione: io provo a metterle in rapida concatenazione in modo da fare una sintesi che, chissà mai, potrebbe essere persino utile.
Argomento: nuove tecnologie.
Ambito: la nostra vita sociale.
Categoria: solite cose che non dovrebbero essere le solite cose.

Da quando i telefoni non sono più telefoni, i computer non stanno più soltanto nella scrivania dell’ufficio, e le informazioni non vengono più da mezzi certificati, la nostra vita, anzi la nostra esistenza, è irrimediabilmente stravolta.
Se pensate a come eravamo dieci anni fa – non dico venti e figuriamoci trenta, ma dieci – avete tutti i motivi per ritenere di essere stati catapultati in un pianeta diverso.
Non mi dilungo negli esempi che animano catene di solidarietà nostalgica sui social (tipo: “Come eravamo”, o “Hai quarant’anni se…”, o “Sei un perfetto cinquantenne?”), ma vado al sodo.
Il calo di attenzione nei confronti del prossimo più prossimo, cioè quello che vi sta accanto e/o di fronte, si è verificato a favore dell’attenzione prestata al semisconosciuto che vi scrive su Facebook o al collega che fuori dall’orario di lavoro vi spiega quanto si annoierebbe se non ci fosse Whatsapp. È come se per, un grottesco sortilegio, ci si dovesse inventare necessariamente una forza di attrazione tra pianeti lontani, placidamente incompatibili, trascurando meticolosamente ciò che la Natura ci mette a disposizione, cioè il bene disponibile, il vantaggio biologico della prossimità.
La definizione di tempo libero andrebbe riconfigurata: libero da che? Tempo per cosa? È più stressante incontrare il capoufficio al ristorante nel weekend o attendere invano la mail con le ultime offerte di Groupon?
C’è poi l’atroce assassinio dell’attesa. Con la piena disponibilità di ogni genere d’informazione – che siate al lavoro, al ristorante, a letto o al cesso – non è mai tempo di aspettare. E se tutto è urgente, nulla diventa davvero importante. Un aggiornamento sui programmi Sky della serata ha la stessa dignità sociale dell’imperdibile nuova foto del profilo FB dell’odiata ex del vostro compagno; una news sulla nuova catena di attentati dell’Isis pesa in termini di urgenza come l’sms che annuncia l’ennesima campagna di sconti alla Rinascente. Non si aspetta più e chi si ferma non è perduto, ma bannato: che è peggio. Se sei fuori dai gruppi giusti su Whatsapp o sui social ti perderai un pezzo di vita futura: che sia un pranzo di Pasquetta o una comunicazione straordinaria dell’amministratore delegato sarà la sorte a decidere. Se hai silenziato la suoneria potresti trovarti, un giorno, a maledire quei minuti trascorsi inutilmente prima di leggere un messaggio che ti avrebbe cambiato la vita, se letto in tempo. Una volta le svolte epocali avevano altra enfasi e altri scenari, ma rassegniamoci: oggi il fondamentale ha scenari minuscoli. E non è colpa sua.
Non c’è una pozione magica che possa disinnescare questo meccanismo di progresso e alienazione, di fruttuosa condivisione e di infruttuosa incomunicabilità, di tutto subito e di nulla di reale. Credevamo di conquistare il mondo con la strategia dell’addizione (di cultura, di notizie, di interconnessioni) e invece diventeremo sempre più moderni con la filosofia della sottrazione (di emozioni tattili, di occhi negli occhi, di sincerità analogica).
E non sarà un fallimento.
Sarà semplicemente un’altra cosa.

  

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