Marino, il cattivo mancato

Ignazio marinoTutto si è detto di Ignazio Marino come sindaco fallimentare di Roma. Che è onesto, ma senza carisma. Che è debole, ma forte della sua debolezza. Che è meglio di quello che c’era prima e peggio di quello che verrà dopo. Che è riuscito nel compito quasi impossibile di trasformare uno scontrino in una tegola. Che bugiardo ma solo un po’, distratto ma solo un po’. Che ha distrutto una Roma già distrutta. Che non si sarebbe accorto di essere circondato da esponenti di “mafia capitale” neanche se Carminati gli avesse omaggiato una testa di cavallo per Natale. Insomma Marino è il satana fallito, lo Schettino che non ha mai preso in mano un timone. Non è idoneo nemmeno per incarnare lo spirito del male da additare con enfatico sdegno. Ed è questo l’aspetto cruciale della sua vulnerabilità: l’essere vanamente ambizioso. Attento alle sirene della cronaca, ha cercato anche da medico (ne ricordo l’esperienza palermitana) sempre uno spot nel quale mettere un piede, una luce nella quale intrufolarsi col suo specchietto. Uno così – onesto, ingenuo, mezzo intellettuale, timido vanesio, pasticcione, prezzemolino – tutto può fare fuorché il sindaco. Dategli una fondazione, una ex municipalizzata, uno strapuntino con vista su una telecamera, ma non dategli la posizione di leadership che lo espone alla più pericolosa delle correnti: quella della solitudine.
Marino come uomo solo è un dramma nazionale. Perché non sa a che corda aggrapparsi: gli altri sapevano, se parlo io gli altri tremano, altri mi hanno compilato le distinte, altri mi odiano, e via giustificando. Senza gli altri Marino non esiste. Con gli altri Marino svanisce.

  

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