L’onestà del giornale

Quello che un giornalista fa nasce dalle sue convinzioni e dai suoi principi. Per me, furono fissati dal direttore del Times che per la prima volta mi mandò all’estero nel 1976. A. M. Rosenthal. Abe chiedeva di “mantenere l’onestà del giornale”. Lo disse prima del mio primo incarico all’estero: l’apartheid in Sudafrica, un paese visto come un caso di evidente oppressione. Ma anche lì la necessità di mantenere l’onesta del giornale imponeva, disse Abe, che raccontassimo non solo la storia degli oppressi, ma anche quella di tutti gli altri principali protagonisti della grande tragedia sudafricana, compresi gli afrikaner he avevano fatto diventare il paese una fortezza del pregiudizio razziale. Quelle storie, disse, potrebbero sorprenderci e darci un senso più strutturato della verità.

Oggi su la Repubblica John F. Burns, nel ricordare Tiziano Terzani, ricorda a tutti noi il senso di un giornalismo antico e meraviglioso. Il giornale che ha una sua onestà, che ascolta tutti, oppressori e oppressi perché la verità è un puzzle e non una tesi blindata. Leggendo quelle righe e guardandoci intorno come sembrano piccoli e insignificanti i giornalucoli di casa nostra che sposano cause vincenti per comodità di pregiudizio…
Mi sono spesso imbattuto, purtroppo, in queste fosse comuni del buon senso: giornali che pontificano appoggiandosi sulle spalle del più forte e che non riescono a trovare l’indipendenza per narrare con dura franchezza, per sporcarsi le mani con la realtà. Sono i promulgatori di quelle che un tempo definii notizie a sentimento: che piacciono quindi vanno date (a differenza delle altre che invece vanno sepolte vive). Per fortuna il tempo, oltre a essere galantuomo, è anche discretamente crudele con chi spreca i tesori dell’esperienza e persevera nei propri errori.

  

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