Quando suonavamo

stratocaster

La mia prefazione al libro “Il ritorno dei favolosi Lucky Losers” di Fabio Casano (ed. Qanat).

Negli anni Ottanta a Palermo c’era una cittadella sotterranea della musica. Era un grande garage in via del Granatiere, un posto che poteva essere lugubre come un budello di cemento che scendeva per tre piani sotto il livello della strada e che invece era felicemente incasinato. Decine di box ospitavano band di varie perizie ed estrazioni: c’era il rock metallico di un gruppetto di adolescenti che avevano più brufoli che borchie e lo ska di un trio di indecisi che amavano il reggae ma non lo sapevano suonare; c’era la nostra fusion in bilico tra Frank Zappa e le Cozze e la samba di un tale che entrava e usciva dalla galera perché non era ancora stata stabilita (o inventata) la modica quantità.
Erano gli anni delle cantine e delle sigarette incastrate nella paletta della chitarra, gli anni in cui per vivere un qualsiasi evento bisognava esserci davvero e non si giocava di rimessa con le emozioni altrui postate su Facebook. Erano anni analogici, nonostante la tecnologia digitale si fosse già insinuata nelle pieghe della nostra vita a 33 giri.
Lo sa bene Fabio Casano che in questo libro racconta quanto sia inutile cercare di ricucire la ferita della giovinezza perché a una certa età, più sanguina e più ci rende vivi.
L’universo dei chitarristi, a cui appartenevo, si divideva in due grandi continenti – quello della Fender e quello della Gibson – più una serie di satelliti destinati a inventarsi una loro orbita indipendente – penso alla PRS, all’Ibanez, alla Washburn. Ci si dissanguava in rate secolari per arricchire la pedaliera degli effetti o per accaparrarsi un “valvolare” che facesse tremare i muri e che sfidasse l’insonorizzazione artigianale ottenuta coi cartoni delle uova. I sogni di potenza si esprimevano in watt, non in centimetri cubici: meglio una Vespa scassata che un amplificatore scarso. Un tipo svelto con la chitarra era un figo, uno con la moto tirata a lucido un tascio.
E poi le operazioni di reclutamento dei componenti della band, che qui Casano narra come in un blues metropolitano: il batterista lo abbiamo? Manca il bassista, ma ho un amico che si è scocciato di suonare la chitarra e potrebbe lasciarsi tentare; conosco un tastierista bravissimo ma è povero in canna e ha solo un organo Bontempi; il sax… e chi se lo può permettere un sax, non abbiamo manco un microfono.
Si suonava per il gusto onanistico di provare e riprovare, non tanto per prepararsi a un concerto. Molte delle band di quegli anni non si sono mai esibite davanti a un pubblico superiore alle cinque persone (i box erano piccoli sia per ragioni economiche che di acustica) e ancora oggi i sopravvissuti a quell’epopea fantasticano sull’Esibizione Mancata, inventandosi delle “sliding doors” che, chissà, magari avrebbero portato ad altri destini.
L’importante era costruirsi una colonna sonora in un’epoca vinilica in cui l’unico modo di preservare la musica dal deterioramento del tempo era quello di farsela da sé, ogni sabato sera, ogni pomeriggio piovoso, ogni notte insonne. Perché, come cantava la Pfm, “qui per sognare mi tocca dormire: o come sempre, suonare suonare”.

  

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