Il coraggio perduto del barbiere che si fece presidente

BarbiereUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Se il barbiere è un tale che usa arnesi taglienti con l’abilità di un chirurgo, che ti fa domande come uno psicologo e che ti dà dritte come un agente dei servizi segreti, Nunzio Reina è ed è stato l’uomo giusto al posto giusto. E non è la poltrona di presidente di Confartigianato Palermo il simbolo del suo potere, ma le sedie girevoli del suo locale, il New Man di via XX Settembre. Lì, Reina ha tagliato, ammorbidito, ripulito: e che fossero capelli o guance poco importa, comunque di capocce e capoccioni si è occupato. Sempre con stile, per carità, e con un perenne rimando a una frase di Giorgio Armani (riportata nel suo sito web): “Lo stile è avere coraggio delle proprie scelte e anche il coraggio di dire di no”. Coraggio che una sola volta, almeno ufficialmente, gli è mancato. Quando nel 1999, dopo avere ricevuto una richiesta di estorsione, anziché rivolgersi alle forze dell’ordine se ne andò a casa del mafioso Vincenzo Buccafusca, insieme con suo cognato Vincenzo Spadaro (fratello del boss della Kalsa, Tommaso detto “Masino”) per cercare di ottenere una deroga. Ma siccome la legge è uguale per tutti, almeno quella di Cosa Nostra, gli fu detto che doveva pagare e lui pagò non senza consegnare alla storia, e alle microspie della Procura, una frase che pressappoco faceva così: “Ormai non c’è più mondo”. Che se non era il seme di una ribellione futuribile, era il frutto dello sbigottimento a causa di un’imposizione che, per linea familiare acquisita, non si aspettava di dover subire. Fatto sta che pochi mesi dopo lo fermarono per associazione mafiosa, ma il gip gli tolse il pesantissimo fardello dalle spalle dandogliene uno un po’ più leggero, favoreggiamento, dato che sì, Reina c’era rimasto male per quell’estorsione, ma non tanto da denunciare chi gliela aveva imposta. Lui prese e portò a casa, patteggiando la pena e confidando nell’amnesia sociale di una città che, generalmente, ancor prima di perdonare ha dimenticato.
Quindici anni dopo, e soprattutto dieci giorni dopo l’arresto in flagranza di mazzetta del presidente della Camera di Commercio Roberto Helg, il governatore Rosario Crocetta si è ricordato di Nunzio Reina che nel frattempo era diventato stimato presidente di Confartigianato e ascoltatissimo consigliere della Camera di Commercio di Palermo: “Come fa a essere credibile una persona che invece di rivolgersi alla magistratura per denunciare gli estortori si fa sistemare la vicenda personale dal gotha di Cosa nostra?” si è chiesto Crocetta mentre affilava i coltelli per decapitare l’organizzazione. Ora è vero che Crocetta è uno che vede rosso non appena s’ode il tintinnio di manette, ma è anche vero che nessuno gli ha risposto nello specifico. Appunto, come fa? Il Reina crocifisso ha invece invocato le sabbie del tempo: “Si continua a sparare con vicende datate e sepolte sia dal punto di vista giuridico che da quello morale”. (…)
Ora la vicenda si concluderà, come sempre, con un esecuzione tardiva e quindi perfettamente inutile perché, a dire il vero, le sabbie del tempo non sono solo quelle evocate dal barbiere presidente. Il peccato originale, se esiste, va brandito per tempo da chi lo vuole usare come arma di discrimine. Non può essere tirato fuori come un fazzoletto al primo starnuto di rigore. D’altro canto la Sicilia è l’unica terra in cui uno innanzitutto è promosso e poi si guadagna il posto, mentre sarebbe stato auspicabile che un Reina di questi (persona con precedenti delicati, anche se probabilmente ormai sulla “retta via”) mostrasse i suoi progressi sul fronte morale prima della sua scalata a Confartigianato. Restando così le cose, lo spettacolo sarà sempre quello di una rissa improduttiva su teste e poltrone e soprattutto si rischierà di arrivare a esilaranti exploit come quelli che si leggono sulla pagina Facebook del presidente di Confartigianato, dove amici e simpatizzanti si lanciano nella campagna “io sono Nunzio Reina”. Prima o dopo il patteggiamento?

  

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