Vita da buttafuori

Buttafuori violentiUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Ai tempi dei romani venivano chiamati ostiari e avevano il compito di sorvegliare l’entrata della chiesa. Ma sin da prima, nei meandri dei miti sumerici, c’è traccia di guardie preposte al controllo di un ingresso. Addetti pagati per filtrare gli avventori, per mettere ordine in un’umanità accalcata. Oggi nella freddezza del linguaggio burocratico, fanno parte del cosiddetto “personale di controllo”, e sono “operatori di gestione flusso e deflusso”, ma è molto più efficace chiamarli col nome composto che ne spiega l’antico e fondamentale ruolo: buttafuori.
La tragedia del Goa, con la morte del povero medico Aldo Naro, li ha strappati a quel mondo di penombra nel quale vivono, accendendo oltre alle luci della cronaca anche qualche interrogativo. Quali sono i loro limiti d’azione? Chi certifica la loro formazione? Insomma quando ci imbattiamo in questi signori, chi ci dice in che mani, anzi manone, siamo?
“La funzione del buttafuori non è quella di intervenire fisicamente, ma di prevenire e di avvertire subito le forze dell’ordine in caso di problema”. Roberto Di Girolamo, meglio conosciuto come Robertone, ha trascorso la maggior parte delle sue serate negli anni Ottanta e Novanta a filtrare clienti davanti a pub e discoteche di mezza Sicilia. E spiega com’è cambiato quello che, a occhio e croce, potrebbe essere il secondo mestiere più antico del mondo.
“Ai miei tempi si lavorava senza norme. Gestivamo una sorta di accoglienza senza fare troppo casino. Del resto non avendo nessun riconoscimento contrattuale dovevamo essere cauti. Se arrivava un controllo, ufficialmente eravamo lì perché eravamo amici del proprietario e gli davamo una mano a regolare gli ingressi. C’erano serate in cui in due gestivamo anche settecento persone. Era un’epoca in cui non esistevano gli spazi immensi di oggi”.
Con l’arrivo dei mega-locali e soprattutto con la regolamentazione imposta dalla legge nel 2009 tutto cambia. L’“addetto al controllo delle attività di intrattenimento e spettacolo” o “operatore di sicurezza sussidiaria non armata” finisce in un elenco della Prefettura dopo aver sborsato almeno 350 euro per un corso di formazione professionale.
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Con aberrante naturalezza alcuni gestori s’inventano un mercato misto, in cui accanto a un paio di addetti ufficiali ce n’è una decina in nero, a 30 euro a sera e anche meno. E’ in queste pieghe di abusivismo che si annida il seme dell’eccesso. Eccesso di deresponsabilizzazione, eccesso di incompetenza, eccesso di violenza. “In molti casi ci vuole un autocontrollo da record, perché è troppo facile cedere alla tentazione di passare ai modi duri. In realtà nessuno è pagato per picchiare, ma per evitare che qualcuno picchi”, ammonisce Robertone dal pulpito dei suoi 120 chili.
E poi c’è il fattore ambientale. Se il locale è in zona “delicata”, tipo un quartiere dalle forti influenze mafiose, servono addetti con una conoscenza specifica dell’argomento: figli di mafiosi, gente del quartiere, ragazzi “intisi”. Tutti in nero, e non parliamo di abbigliamento. Una pattuglia unofficial di buttafuori che commissaria i buttafuori titolari in caso di controversia “delicata”, forte di una specializzazione territoriale. Al netto delle responsabilità che l’inchiesta giudiziaria deve ancora attribuire, è forse un caso che al Goa questo sistema di sicurezza parallelo fosse appannaggio dei giovani energumeni dello Zen?
E’ chiaro che è facile discettare di certe cose stando in poltrona e non dovendo gestire sul campo la protervia del delinquente di turno, ma è altrettanto evidente che un sistema disequilibrato, con addetti riconosciuti ma dimezzati nelle funzioni e altri trasversali ma con delega più ampia, è una sacca di illegalità e, quel che è peggio, è una miccia accesa. I pugni e i calci sono sempre quelli, ieri come oggi. E’ la cattiveria dalla quale provengono, e da cui traggono energia cinetica, a cambiare nel tempo.
“Vent’anni fa a Balestrate, organizzarono una spedizione punitiva contro me e un mio collega”, racconta Robertone Di Girolamo. “Ci ritrovammo in due contro trenta, spalle al muro e maniche rimboccate. E’ inutile che vi racconti come andò, però una cosa ve la posso dire: ce le siamo date, ma nessuno finì in ospedale”.

  

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