Il silenzio che salva la città

imageUn estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Una delle argomentazioni chiave usate dal manipolo di deputati regionali e dipendenti dell’Ars che si oppone all’abolizione del parcheggio davanti a Palazzo Reale è: “Perché ci devono causare tutto ‘sto disagio? Tanto la piazza resterebbe vuota”.
Il vuoto è quindi usato come concetto che si oppone all’utile. In quest’accezione, una piazza piena di auto è meglio di una piazza deserta e addirittura silenziosa.
Sorvolando sulla constatazione (evidentemente non troppo immediata per certi inquilini di Palazzo dei Normanni) che a parte le macchine, al mondo esistono anche i pedoni, è interessante provare ad adattare in salsa palermitana quella retorica che José Saramago sublimò nella celebre frase: “Forse solo il silenzio esiste davvero”.
Diciamo subito che nessuno si sognerebbe di attribuire un’universalità alla suggestione di una città forzatamente quieta, non rumorosa, addirittura ordinata. Il silenzio in sé può aiutare a rivalutare gli spazi urbani (come le stagioni di una vita), ma non è apprezzato o, addirittura, compreso da tutti. Però la saggezza della privazione potrebbe essere utile per sviluppare nuovi modelli sociali che non comprendano necessariamente la prevaricazione e la refrattarietà alle regole.
Viviamo in una terra dove il vuoto viene visto solo come un’assenza di contenuto. Un cassonetto vuoto è consolante, piazza Magione svuotata dagli abusivi genera allarme sociale, la movida desertificata è allarmante. Certo, è il contenuto a dar valore alla sua mancanza. Ma siamo sicuri che provare, almeno per una volta, a scegliere un distacco forzato dai nostri cliché non possa farci apprezzare maggiormente l’involucro delle nostre vite?
Pensate alla musica e ai silenzi che la sostanziano, pensate allo sport e al riposo che è parte integrante dell’allenamento. E ora ditemi se un itinerario arabo-normanno, benedetto dall’Unesco, non deve godere di una piazza vuota e addirittura silenziosa.
(…)
L’occasione avrebbe anche un valore simbolico in una cultura che del silenzio ha evocato spesso solo gli aspetti deteriori, quelli legati “alla meglio parola che è quella che non si dice”. Ebbene sì, ci sono parole che è bene risparmiarsi: pensate all’ebrezza di assistere a non-promesse del politico di turno, a non-minacce del boss della zona, a non-urla dell’ennesimo corteo non autorizzato. Tranquilli, nessuno invoca la trasformazione di Palermo in un Ashram in cui si medita persino nelle panellerie e il traffico viene smistato, per via telepatica, da guide spirituali che mangiano solo bambù aromatizzato al coriandolo.
Però servono vie d’uscita alla situazione di stallo civile in cui si trova la città. Se non funziona la forza delle istituzioni, se il luogocomunismo del “casino pittoresco” fa strage di turisti, se l’assedio dell’illegalità ai nostri luoghi migliori è ormai endemico, forse vale la pena di provare con la retorica della semplicità.
Riempiamo di vuoto gli angoli più belli di questa città, stordiamoci di silenzio forzato per riprenderci dall’overdose di un chiasso secolare e anche abbastanza inutile. Isoliamoci per riscoprirci comunità.
Il rischio è di arrivare all’ultima spiaggia e di trovarla tutta occupata.

  

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