roma-ostia

Il tempo era bruttino, ma la gara è stata bellissima. La Roma-Ostia, popolarissima mezza maratona invernale, ci ha regalato una grande emozione. E non solo per il record personale di Dani (scesa finalmente sotto i sei – 5,55 per la precisione), ma per la perfetta organizzazione della manifestazione. E infatti la Roma-Ostia non è una gara di indimenticabili panorami – si corre su una lunga strada anonima e monotona – ma un esempio di come si organizza una corsa di buon livello: ottima assistenza, staff gentile, cura dei dettagli.
Insomma si capisce che è una “mezza” ideata e realizzata da chi corre, non come accade dalle mie parti dove i maratoneti sono visti come rompiscatole, nemici della libera circolazione delle auto.
Domenica scorsa una immensa area periferica di Roma era completamente chiusa al traffico, eppure non si è sentito un solo colpo di clacson agli incroci, e dai marciapiedi non arrivavano insulti ma applausi e incitamento. Lo so, il paragone con la situazione di Palermo non regge e insistere è pure un po’ da provinciali, ma non mi va proprio giù che le meraviglie della mia città non debbano splendere in occasione di un evento importante come quello, annuale, della maratona. E non è questione di soldi, come qualcuno vorrebbe lasciar intendere, ma di cultura.
Alla “mezza” di Roma-Ostia purtroppo è morto un atleta, proprio come accadde a Palermo due anni fa e come accade in moltissime maratone del mondo. Eppure nessuno si è sognato di indignarsi perché la gara non è stata sospesa, come invece si verificò inopinatamente da noi. Ad Amsterdam, nell’ottobre scorso, un maratoneta morì sotto i nostri occhi. L’organizzazione ne ha dato notizia solo il giorno dopo, addirittura per non turbare lo spirito sportivo collettivo. Su esplicita richiesta dei familiari.

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