Concept image of a Future Past & Present signpost against a blue cloudy sky

Ieri, in uno di quei momenti che gli altri chiamano ozio e che io chiamo invece raccoglimento, sono stato colto da una rivelazione, una sorta citofonata dell’arcangelo Gabriele (anche se in grembo io potrei portare, al massimo, una cassa di Ceres).
Da ribelle e sostenitore dell’uomo artefice del proprio destino, mi sono ritrovato catapultato in un altro universo, specularmente opposto: quello del fatalismo.
Insomma, per non farla difficile e per non debordare in terreni di discussione troppo complicati – resto fedele sempre e comunque alla concezione del “parla come mangi” -, ho capito che le cose non accadono per caso.
Sarà per un’indomabile confusione nella quale mi crogiolo, come una cotoletta nel pan grattato (o nella farina, a seconda delle aree geografiche), sarà per questi cinquant’anni che sono giro di boa e sguardo all’orizzonte, ma improvvisamente non trovo più convincente la teoria di una “casualità variabile” che ci circonda.
Se un evento si verifica, c’è un motivo. E non parlo di tragedie o cambiamenti epocali. Parlo di una telefonata che non arriva, o che al contrario arriva inaspettata, di una dimenticanza, o al contrario di una memoria recuperata. Parlo di piccoli gesti e grandi debolezze, di speranze immortali e di miserie umanissime.
Un Grande Disegno da qualche parte ci sarà. Che sia divino, cibernetico, chimico o scritto nei fondi di caffè, è un dettaglio. L’importante è essere pronti a colorarlo, come si faceva con gli album e con le tempere, quando eravamo bambini. E provare a divertirsi.

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